
Puglia terra di furbetti del fisco. Ben quattro province su sei, infatti, sono sotto state etichettate dall’Agenzia delle Entrate come aree a “rischio totale”. Detto in altri termini, a Foggia, Lecce, Bat e Brindisi, pericolosità fiscale e sociale schizzano al massimo dell’indice, superando la gran parte delle province italiane. Nell’ultimo dossier presentato a Roma, un vero e proprio piano per rafforzare la lotta all’evasione fiscale e migliorare propri servizi dell’Agenzia, la Penisola viene suddivisa in otto aree: “rischio totale”, “metropolis”, “niente da dichiarare?”, “rischiose abitudini”, “non siamo angeli”, “gli equilibristi”, “l’industriale” e “stanno tutti bene”. La scala di riferimento prevede un indice di pericolosità che va da 1 a 5, tenuto conto il tenore di vita della provincia di riferimento. Sono queste le aree che pesano di più nei 90 miliardi di “tax gap” calcolati dall’Agenzia in un altro studio consegnato in Parlamento questa settimana e che misura il divario tra quello che il fisco dovrebbe incassare e quello che raccoglie concretamente: colpa non solo dell’evasione ma anche di errori e di impossibilità a pagare il dovuto per mancanza di liquidità.
Ad alto rischio fiscale un territorio di ben 11,2 milioni di residenti, dove la pericolosità fiscale tocca il tetto massimo (livello 5) ed il tenore di vita il minimo (livello 1), creando una forbice davvero disastrosa. Oltre alle 4 province pugliesi già citate, figurano Napoli, Agrigento, Caltanissetta, Caserta, Catanzaro, Cosenza, Crotone, Frosinone, Ragusa, Reggio, Calabria, Salerno, Trapani, Vibo Valentia.
La seconda zona, “metropolis”, raccoglie 7,1 milioni di residenti: pur attestandosi al livello 4 di pericolosità sociale e fiscale, il tenore di vita raggiunge il punto massimo a Roma e Milano. 2,3 milioni di persone finiscono nel “niente da dichiarare?”, dove la pericolosità fiscale è al livello 4, la sociale al 2, ed il tenore di vita è basso (livello 1): Avellino, Benevento, Campobasso, Enna, Isernia, Matera, Nuoro, Oristano, Potenza, Rieti, Ogliastra. Le “rischiose abitudini” (4 milioni di cittadini, pericolosità fiscale 3, pericolosità sociale 4, tenore di vita 3) contraddistinguono un largo gruppo di città: Grosseto, Imperia, La Spezia, Latina, Livorno, Lucca, Massa-Carrara, Pescara, Pisa, Pistoia, Prato, Rimini, Savona.
Per trovare le altre due pugliesi, Bari e Taranto, bisogna andare nel macrogruppo “non siamo angeli”, composto da 6,5 milioni di residenti a pericolosità fiscale 3, pericolosità sociale 3 e tenore di vita 2 (tra le altre città, Cagliari, Catania, Messina, Palermo, Sassari, Siracusa, Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Olbia-Tempio. “Gli equilibristi” (5,3 milioni di residenti, pericolosità fiscale 3, pericolosità sociale 2, tenore di vita 3), invece, sono: Arezzo, Ascoli Piceno, Asti, Chieti, Ferrara, L’Aquila, Macerata, Novara, Perugia, Pesaro e Urbino, Teramo, Terni, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Viterbo, Fermo. L’area “industriale”, la più ampia per popolazione (14,3 milioni di residenti, pericolosità fiscale 1, pericolosità sociale 3, tenore di vita 4), è composta da Ancona, Bergamo, Bologna, Brescia, Firenze, Genova, Padova, Torino, Treviso, Trieste, Varese, Venezia, Verona, Vicenza, Monza e della Brianza. Infine, il posto migliore per il fisco (e non solo), “stanno tutti bene”, a bassissimo rischio fiscale e sociale e ad alto tenore di vita, raggruppa Aosta, Belluno, Biella, Bolzano, Como, Cremona, Cuneo, Forlì-Cesena, Gorizia, Lecco, Lodi, Mantova, Modena, Parma, Pavia, Piacenza, Pordenone, Ravenna, Reggio Emilia, Rovigo, Siena, Sondrio, Trento, Udine.