Mamadou racconta di sé, del suo viaggio, della mamma e della fidanzata, delle feste colorate e del piatto più prelibato della cucina senegalese, delle sue speranze e del suo rimettersi quotidiano alla volontà di Allah. Mamadou è il protagonista del documentario “Assalamou Aléjkoume” di Antonio Fortarezza, regista foggiano e milanese d’adozione, proiettato lo scorso primo aprile alla Sala Farina nell’ambito dell’iniziativa “Adotta un film” promossa dal Festival del Cinema Indipendente. Alcune associazioni di volontariato sono state invitate a promuovere un film in rassegna con l’intento di sensibilizzare la cittadinanza su importanti tematiche sociali. Avvocato di strada di Foggia ha deciso di adottare il documentario di Fortarezza perché meglio di altri e in un’ottica diversa, non fredda e documentaristica ma partecipe ed empatica, è riuscito a mostrare tutta l’umanità degli abitanti del Ghetto di Rignano, uomini e donne che ogni giorno lottano per la sopravvivenza dell’anima prima che del corpo. Il Ghetto è una terra di nessuno, un fazzoletto di terra tra Foggia e San Severo, una baraccopoli di casupole di lamiera e legno dove vivono in inverno oltre 500 persone, un numero che cresce in modo esponenziale d’estate quando arriva ad ospitare più di 1.500 persone di origine africana, in condizioni igienico-sanitarie facilmente immaginabili. Si tratta di un vero e proprio bacino di manodopera a bassissimo costo e in nero. I lavoratori stagionali sono una risorsa inesauribile per l’imprenditoria agricola locale e per il complesso e radicato sistema del caporalato. L’illegalità si sviluppa al suo interno non solo nelle forme dello sfruttamento del lavoro nero ma anche e soprattutto per la totale assenza di tutela dei diritti fondamentali della persona: il diritto alla salute, alla tutela legale, il diritto ad un’abitazione, ad una vita dignitosa. Definirla “una piccola Africa”, come spesso si fa, è forse un errore. Il Ghetto non ha nulla dei colori, dei sapori, del mistero e della luce dell’Africa. Il vivere in comunità, la condivisione e l’aiuto reciproco è tutto ciò che sopravvive dell’Africa nel Ghetto. Il singolo abitante non è più se stesso, non ha più nome, né storia né futuro, è ridotto a “categoria” in una condizione di isolamento e di sospensione spazio-temporale. Apparentemente. In realtà, ognuno lì dentro porta con sé un bagaglio di identità che chiede solo di essere riconosciuto e conosciuto. Il senso del documentario di Fortarezza e quello dell’impegno quotidiano di Avvocato di strada s’intrecciano proprio sul tema del recupero dell’identità delle persone che vivono al Ghetto. L’assidua collaborazione con i Padri Scalabriniani di Manfredonia, in particolare con padre Arcangelo Maira che si occupa dell’assistenza materiale e spirituale degli abitanti del Ghetto, permette al nostro sportello di ricevere le loro istanze di aiuto legale. Molte richieste riguardano il permesso di soggiorno e le procedure per il suo ottenimento, ma la stragrande maggioranza sono relative ai casi di sfruttamento e di caporalato. Il caso di Ibra, che abbiamo incontrato lo scorso aprile in una delle nostre visite al Ghetto, è stato una piccola grande vittoria per il nostro sportello e per tanti che come lui lottano per l’affermazione dei propri diritti di lavoratori. Ibra aveva lavorato una settimana ma non era stato pagato dai suoi datori di lavoro ed ha così coraggiosamente preso la difficile e rischiosa decisione di denunciare. È riuscito ad ottenere i suoi soldi grazie ad un caso fortunato (ricordava la targa del trattore con cui aveva lavorato e la targa non era intestata, come succede di solito, a dei prestanome) e al lavoro appassionato del nostro coordinatore, Claudio De Martino. Ora altri cinquanta uomini hanno deciso di seguire il suo esempio e le vertenze sono tutt’ora in corso. Il progetto è quello di promuovere la solidarietà “sindacale” fra i lavoratori stessi (affatto scontata in considerazione della condizione di paura e soggezione che vivono sul lavoro), rendendoli consapevoli dei propri diritti e degli strumenti per farli rispettare. Il sogno è che tale consapevolezza possa restituire loro la dignità perduta, di lavoratori ma ancor prima di uomini. Un sogno che potrebbe presto diventare realtà. È di pochi giorni fa la notizia che cinque assessori regionali (Gentile, Capone, Caroli, Nardoni e Minervini) hanno firmato un programma “Capo free – ghetto out” per chiudere il campo e sostituirlo con cinque strutture più piccole e diffuse sul territorio, rispettose di standard di accoglienza dignitosi e che, in accordo con la Prefettura, siano al riparo da infiltrazioni criminali. È prevista anche la sperimentazione dell’accoglienza direttamente nelle imprese agricole dei lavoratori “stanziali” sempre più numerosi, nonché azioni incisive per l’emersione del lavoro irregolare e per la promozione di quello regolare. L’obiettivo proclamato è chiudere Rignano entro il primo luglio… In š?? All?h!