È stato distrutto il cippo alla memoria di Giuseppe Di Vittorio scolpito nelle campagne tra Cerignola e Orta Nova. Un atto di vandalismo ad opera di ignoti deprecato dalla Flai-Cgil di Foggia che sulla propria pagina Facebook da’ notizia di quanto accaduto. “Seppur ignote le ragioni del gesto –si legge nello sfogo social-, non è difficile tracciare l’identikit di chi l’ha compiuto: dei vigliacchi. Continueremo a prenderci cura della nostra memoria. Non è una martellata che può cancellare la storia di questa terra”. Assieme alla Cgil e alla Camera del Lavoro di Orta Nova, alcuni militanti della Flai-Cgil di Foggia, su iniziativa del segretario generale Daniele Calamita, in occasione delle celebrazioni per la giornata del Primo Maggio, nel 2011 ripulirono il piccolo cippo che ricorda il luogo dove l’adolescente Giuseppe Di Vittorio lavorò per la prima volta. La pietra, che si trova a cinque chilometri dall’abitato del comune del Basso Tavoliere, venne ripulita dalla muffa e assicurata al suolo con del cemento. Un simbolo a testimonianza della memoria e dell’attualità della parabola umana del padre del sindacalismo italiano, e, allo stesso tempo, un contrassegno per indicare che proprio da lì, da quel pezzetto di terra tra Cerignola e Orta Nova, è iniziata l’esperienza di sudore e sangue del bracciante Peppino, stando al racconto di Francesco Giasi nei Dialoghi di Storie Interrotte (progetto varato qualche anno fa da Fabrizio Barca, Leandra D’Antone e Renato Quaglia per celebrare la memoria dei padri fondatori), ricordato nelle pagine online di Lettere Meridiane, nel post di sdegno per il cippo vandalizzato. “Di Vittorio dialoga con Luciano Romagnoli, segretario della Federbraccianti, all’indomani dello strappo con il PCI, sui fatti d’Ungheria. Il grande sindacalista ricorda la sua infanzia a Cerignola -si legge sul blog-, e parla proprio di quel pezzo di terra dove molti anni prima aveva cominciato a lavorare, come bracciante”.
Avevamo undici o dodici anni. Con un mio amico, un altro bambino della mia età, avevo iniziato a lavorare a giornate in una grande masseria. La masseria era immensa e decine e decine erano gli ettari incolti, come in tutti i latifondi. Dopo qualche mese, a tre, quattro chilometri dai caseggiati, scoprimmo una piccola fonte di acqua che si perdeva in un canneto. Ritagliammo là intorno un pezzo di terra di poche decine di metri quadri e ci piantammo un po’ di cose. Avevamo conquistato un pezzo di terra dei padroni, nascosto dalla macchia e dalle canne, vicino a una fonte di acqua sorgiva. Via via il pezzo si ingrandì e né il massaro né i guardiani riuscirono mai a scoprirlo. E noi coltivammo, peperoni, zucchine, fagiolini. Io avevo ritagliato una striscetta per mettere semi di fiori. Così potevo regalare dei fiori profumati a Carolina, la mia fidanzata. E lei mi chiedeva «Ma da dove prendi questi fiori?». «Dalla terra», le rispondevo. Me lo ricordò una volta a Parigi, sorridendo, quando stava or mai nel letto e non riusciva più ad alzarsi. Era poi diventato grande quel pezzo di terra e cominciammo a “socializzarlo”, ma solo tra i ragazzini. Temevamo che i grandi condannassero la nostra «usurpazione». Poi quella terra «conquistata» fu abbandonata. Ambrogio un nostro amico di tredici anni fu ucciso dalla truppa insieme ad altri tre manifestanti durante un grande sciopero. Fondammo allora il circolo giovanile socialista. Un circolo che ben presto si ritrovò ad avere più di 400 iscritti. Per quanto riguarda il nostro pezzo di terra, una delle prime volte che sono tornato a Cerignola, dopo la guerra, l’ho cercato. Hanno piantato del grano e hanno distrutto tutta la macchia intorno.