Un documentario di Antonio Fortarezza è stato nuovamente al centro di un importante momento di riflessione e di confronto sul tema del Ghetto di Rignano, un’ulteriore conferma del legame del regista foggiano-milanese con l’attività di Avvocato di strada e della sua attenzione alle problematiche più forti ed attuali del nostro territorio.
“Terra di migranti“ è stato proiettato lunedì scorso nel teatro della Chiesa Gesù e Maria all’interno dell’incontro conclusivo del progetto “Fratellanza”, promosso da alcuni alunni del liceo classico “V. Lanza” di Foggia che hanno per un mese prestato volontariato presso la Caritas. Il documentario racconta dell’esperienza del campo di volontariato “Io ci sto” della scorsa estate, promosso dall’Ordine degli Scalabriniani di Manfredonia, in particolare da Padre Arcangelo Maira, e che da quasi dieci anni offre la possibilità a giovani di tutta Italia ed Europa di trascorrere i mesi estivi con gli abitanti del Ghetto e di partecipare alle attività a loro dedicate. A differenza del precedente documentario sul tema, Fortarezza in “Terra di migranti” guarda il Ghetto con gli occhi di chi in prima persona si spende all’interno del campo: Padre Arcangelo, Concetta, Claudio. Occhi che parlano talvolta con rabbia ma anche con commozione, con gioia per quanto fatto. Ognuno di loro è stato invitato dal regista a raccontare la propria esperienza con il proprio punto di vista contribuendo ad una visione sfaccettata ma completa della realtà del Ghetto.
Dagli anni ’90 a oggi
Padre Arcangelo Maira dell’ordine degli Scalabriniani di Manfredonia è la memoria storica del Ghetto, fu lui che negli anni Novanta con gli altri missionari vide nascere il primo nucleo di accoglienza che si stringeva attorno ad otto case in muratura abbandonate dai braccianti. È lui che ha visto il flusso di lavoratori crescere e trasformarsi nel tempo: da 50 persone, lavoratori stagionali estivi, a 150 lavoratori sempre più stanziali e presenti anche in inverno, fino al numero di 250 dopo la vicenda di Rosarno e per arrivare alla recente “Emergenza Nord-Africa” e ad oggi, quando gli arrivi quasi non si contano più, decine ogni giorno anche in “bassa stagione”. Abituato a vivere a stretto contatto con gli abitanti del Ghetto, Padre Arcangelo conosce profondamente gli effetti del sistema del caporalato e dello sfruttamento lavorativo sulla loro vita quotidiana. Dei tre euro l’ora per la raccolta di pomodori, per un totale di 25 euro circa al giorno, non resta quasi niente. Solo dieci sono per il caporale per il trasporto sul posto di lavoro, c’è da togliere inoltre il costo della razione di cibo quotidiana ed un cassone da sottrarre al raccolto che gli spetta di diritto. Paghe da fame, ferme a quaranta anni fa, all’interno di un mercato del pomodoro che ha intanto triplicato il fatturato.
Come sa bene anche Concetta Notarangelo, collaboratrice di Padre Arcangelo, organizzatrice e volontaria in primissima linea del campo Io ci sto, tutto il sistema del Ghetto è perfettamente studiato per mantenere le persone in una vera e propria condizione di schiavitù. Se quello che si guadagna basta a malapena per vivere, non c’è la possibilità di procurarsi un alloggio che non sia nel Ghetto e che dipende a sua volta dal lavoro stesso. Se c’è l’uno c’è l’altro e viceversa. Per le donne tale binomio ha esiti ancora più drammatici. Sono costrette a prostituirsi in quegli stessi alloggi per clienti che vengono da fuori, dal circondario. Con amara ironia Concetta non manca di sottolineare che se si è costretti a svegliarsi alle quattro per andare nei campi non ci si può permettere intrattenimenti fino a notte fonda.
La vertenza dell’avvocato di strada
Un circuito di illegalità che quest’estate Claudio de Martino, avvocato giuslavorista e coordinatore di Avvocato di strada Foggia ha interrotto con una vertenza, andata a buon fine, partita da una ragazzo che non aveva avuto dal suo caporale quanto spettava per un mese di lavoro. Questo piccolo successo legale ha convinto altri abitanti del Ghetto a denunciare la propria condizione di sfruttamento e oggi l’avvocato de Martino e altri dell’associazione lavorano ad un ricorso per cinquanta lavoratori del Ghetto. Secondo Claudio e ne parla con emozione, la lotta per il diritto al lavoro così come la nostra Costituzione lo prevede è una lotta trasversale, che attraversa tutto il mondo dei lavoratori, i precari dell’Europa e i braccianti del Ghetto. Secondo Claudio ci sarebbe grande bisogno una figura di riferimento per l’unione ed il riscatto di tutti quelli per cui la Costituzione e lo Statuto dei Lavoratori sono ormai solo libri dei sogni: un nuovo Giuseppe Di Vittorio con le sue battaglie per i braccianti e gli operai meridionali.
La Ciclofficina
Le attività che si svolgono all’interno del campo hanno l’obiettivo di dare agli abitanti del Ghetto gli strumenti per acquisire la consapevolezza dei propri diritti e della possibilità concreta di riappropriarsi della loro vita: la Ciclofficina, un “laboratorio” dedicato alla riparazione delle bici poi utilizzate per emanciparsi dalle catene della dipendenza dal datore di lavoro per il trasporto e per la ricerca di un nuovo lavoro possibilmente regolare, un corso di alfabetizzazione in lingua italiana per poter capire ciò che viene detto, per poter rispondere, rapportarsi alla pari con il caporale e infine, radio Ghetto con la sua postazione su una cassetta di frutta, un modo per dare voce al Ghetto, per fare sentire chi è solo meno solo, per colorare il grigio del disagio con un po’ di musica. I volontari del Campo Io ci sto sono giovani, giovanissimi proprio come quelli del progetto Fratellanza, non casuale dunque la scelta di legare i due progetti. Il mondo di domani è nelle mani di questi ragazzi, costruttori di pace, sognatori di una realtà già possibile al di fuori di tutti i ghetti.

