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Home » Droni e misteri dell’operazione “Mare Nostrum”, il ruolo (centrale) della base di Amendola

Droni e misteri dell’operazione “Mare Nostrum”, il ruolo (centrale) della base di Amendola

Di redazione
22 Febbraio 2018
in Economia
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Uno dei Predator di Amendola

Non si può raccontare quanti droni, chiamati tecnicamente “Apr” aeromobili a pilotaggio remoto, l’Aeronautica Militare impieghi nell’operazione Mare Nostrum. E non si può raccontare quanti dei 12 mezzi a disposizione del 28esimo gruppo del 32° Stormo di Amendola (la base tra Manfredonia e Foggia) siano effettivamente messi in campo per il pattugliamento del Mediterraneo meridionale, dove proprio ieri si è verificata l’ennesima tragedia. Un barcone con un carico di circa 400 persone è affondato fra la Libia e Lampedusa, poche decine i corpi recuperati. E poco fa è riesplosa la polemica fra governo italiano e Unione Europea. Su tutto, rimangono numeri impressionanti: nel 2013 42.900 sbarchi e 700 morti.

“I contratti d’acquisto nel corso degli anni sono stati 12. 6 per i Predator A e altrettanti per il modello successivo, i Predator B”, ha detto a Wired il colonnello Cazzaniga. Si tratta, nel secondo caso, degli MQ-9 Reaper sviluppati appunto dalla General Atomics Aeronautical Systems e in uso alla United States Air Force, all’United States Navy, alla britannica Royal Air Force, alla Turchia e all’Italia. Al nostro paese sono stati consegnati dal giugno 2010. Nel complesso, i 12 mezzi sono costati almeno 380 milioni di dollari. “Ma sui dettagli operativi non posso aggiungere altro, anche perché sapere quanti ne impieghiamo è irrilevante – ha aggiunto Cazzaniga – c’è chi si occupa, in base alle necessità operative, alle finestre temporali e alle distanze dalle aree da pattugliare, di predisporre il numero di macchine che si alzeranno in volo”.

Se dunque la necessità di Isr – Intelligence, Surveillance, Reconnaissance – fossero, poniamo,

di 48 ore continuative “avremmo bisogno di lanciarne due, uno dopo l’altro” considerando l’autonomia massima di 24 ore. E così via. Una cosa è certa: i droni italiani, tranne quelli utilizzati per il pattugliamento in Afghanistan, nonostante alcuni incidenti in passato sono tutti operativi e fanno tutti riferimento alla base di Amendola. “Anche se, in caso di necessità, abbiamo la possibilità di mettere in sinergia Sigonella. Nel senso che un drone può decollare da Amendola e atterrare” al Cosimo Di Palma. Che, secondo alcuni osservatori, è destinato a diventare uno dei più importanti hub mondiali per veicoli a pilotaggio remoto.

Pilotaggio remoto
Pilotaggio remoto

Intanto, secondo un rapporto dell’Osservatorio di politica internazionale dello scorso anno, vi stazionerebbero anche gli Uav statunitensi, Global Hawks ed MQ-1 Predator. Alcuni dei quali, contrariamente a quelli tricolori, armati.

Ma quanti se ne utilizzino concretamente per la lotta al traffico di migranti nel canale di Sicilia e dintorni è impossibile saperlo. Non rimane che spingersi in un calcolo sommario: dei 12 Apr operativi, due fra i più nuovi si trovano nella base di Camp Arena a Herat, sotto il controllo degli uomini della task force Astore. In Italia ne rimangono dunque 10: sei Predator e quattro Reaper. È probabile che siano questi ultimi quattro ad alternarsi in volo secondo le necessità illustrate dall’Aeronautica. Tentando di avvistare con il visore elettro-ottico a infrarossi e il Sar, il radar ad apertura sintetica, le carrette dei mari. Prima che sia troppo tardi.

Tags: 32° Stormo AmendolaAmendolaFoggiaLampedusaLibiaManfredoniaMare NostrumOperazione Mare Nostrumunione europea
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