“Bisognava star zitti e riflettere sui limiti personali e sulle proprie responsabilità, in vista della discussione generale (ed alla luce del sole) negli organismi all’uopo deputati”. Elena Gentile, neo deputato a Strasburgo, non deve aver digerito affatto bene le esternazioni dell’ex sindaco di Orta Nova e vicesegretaria provinciale del Pd, Iaia Calvio (LEGGI). Per questo, l’aspetta al varco, al congresso. Luogo in cui, con molta probabilità, chiederà lo “scalpo” dell’avvocato ortese. La conflittualità tra le due anime del Pd del Basso Tavoliere si è accentuata dopo l’escalation mediatica della Calvio di qualche mese fa, quando le quotazioni in salita facevano pensare ad un’ascesa celere fino a Bari (o Roma per qualcuno) in caso di vittoria alle amministrative. Così non è stato, e il “potere costituito” del medico cerignolano è pronto a riscuotere il proprio “premio”, dopo un paio d’anni di veleni e dispetti. “È già iniziato il balletto di dichiarazioni ‘pro domo propria’ e, in qualche caso, di notizie non smentite concernenti reazioni isteriche con annesse ‘cadute di stile’ – scrive l’assessore regionale alle Politiche della salute su Facebook -. A costei vorrei molto sommessamente rammentare che nella cultura politica della sinistra non vi è posto per il non rispetto delle persone, e nemmeno per le bugie: perché non è assolutamente vero che io abbia ricevuto telefonate, ma solo un sms, veicolo utile per inviare comunicazioni ma troppo freddo e distaccato per ricucire un rapporto umano (prima ancora che politico) che un tempo era stato bellissimo e che poi, per ragioni ancora oggi per me incomprensibili, è stato sfilacciato e impoverito fino allo strappo”.
Ecco perché si sente “costretta” ad anticipare le valutazioni che verranno fatte al congresso previsto per fine ottobre: “La divisione strumentalmente manichea in buoni e cattivi connessa all’ossessione, ossificazione e perpetuazione delle logiche congressuali è stato un grave errore politico, che ha condizionato in negativo, al netto delle singole specificità territoriali, tutta la campagna elettorale. Nella città capoluogo, in particolare, ci ha fatto percepire dall’opinione pubblica più avvertita e, in primo luogo, dal nostro popolo di riferimento, come una monade ripiegata su se stessa e sulle proprie battaglie interne, e non come il soggetto politico cui affidare la legittima speranza di futuro migliore. Scaturisce da questo, in uno con la «povertà» dell’offerta politica della parte avversa, la disaffezione e la conseguente risposta negativa degli elettori rispetto al richiamo delle urne, viste e interpretate non come uno strumento alto di esercizio delle prerogative democratiche di coinvolgimento nelle scelte del governo della comunità di appartenenza ma come il luogo della composizione (a loro estranea) delle aspettative degli ‘addetti ai lavori’. Fra qualche mese si tornerà a votare in importanti Comuni – precisa – come Manfredonia, Cerignola e, forse, San Giovanni Rotondo, nonché per il rinnovo del Governo Regionale.

È del tutto evidente che a quegli appuntamenti il PD di Capitanata non può permettersi di arrivare nelle condizioni in cui si trova oggi, con il rischio di una coazione a ripetere gli stessi errori. Consegue che alcuni nodi occorre scioglierli subito, con l’etica della responsabilità e del pieno rispetto reciproco che l’appartenenza comune ad un grande Partito impone, senza indulgere in appelli aulici ma generici ad una ‘autentica rifondazione e affidamento a una classe dirigente ringiovanita e credibile’ bensì guardando con spirito critico ma concreto alla necessità di coinvolgere tutti, ciascuno secondo potenzialità, competenze e ruolo sociale e politico. Nel segno delle finalità e degli obiettivi che il futuro assegna a tutti noi, non posso non concordare sulla inutilità di una ‘ennesima caccia alle streghe’ e sulla necessità di non ‘rinfocolare le divisioni congressuali che ci hanno penalizzato già tanto a ridosso della tornata elettorale’, purché sia a tutti chiaro che la caccia alle streghe non è di là da venire ma c’è già stata. E che la stessa è il frutto avvelenato di una concezione neo maccartista degli esiti del congresso, così come testimoniato dalla gestione e dagli esiti della prima assemblea post congressuale e poi, a seguire, dalla costituzione della Segreteria provinciale e da tutte le decisioni politiche successive, compresa la gestione della campagna elettorale europea e amministrativa. Con la differenza che il maccartismo dei primissimi anni ’50 poggiava il suo impianto politico culturale sulla paranoia della congiura contro la democrazia americana e sulla scelta fra il bene (democrazia statunitense) e il male (dittatura sovietica). Il neo maccartismo sulla conventio ad escludendum di tutti coloro che al congresso provinciale si sono schierati in un certo modo e sulla gratificazione a prescindere di tutti coloro che erano o apparivano contra personam. Ora il tema è – concordo pienamente anche su questo – “come costruiamo l’unità del Partito ed allarghiamo il campo del PD e del centrosinistra. Giustissimo ma – appunto – come? Per parte mia, l’ipotesi di soluzione più produttiva di effetti positivi non può, e non potrà essere quella di una generica discussione che alla fine lasci tutto così com’è ora, magari chiamando il destino cinico e baro al ruolo di capro espiatorio, bensì il coraggio e la responsabilità di un passo indietro da parte del Segretario Provinciale, che consenta a tutti – quorum il Partito provinciale, lo stesso Segretario e la parte più avvertita della sua Segreteria – di farne tre in avanti. Sapendo che l’epilogo non potrebbe mai essere quello riservato dal Presidente Eisenhower e dal Senato americano al Senatore Joseph McCarthy. Sarebbe cretino e irresponsabile – conclude -, e non gioverebbe a nessuno, tantomeno a chi scrive”.