Sabato pomeriggio. Si attende la nostra prima partita dei Mondiali. Uno di quei pomeriggi in cui non hai voglia di far nulla. Livido, sonnolente, pigro. Senti però che ci devi essere. Devi raggiungere gli altri volontari e Concetta, il nostro Virgilio nei gironi del Ghetto di Rignano.
Quando arriviamo c’è già un gruppo di ragazzi ad aspettarci con il loro rappresentante. Si avvicinano guardinghi ed incuriositi. In lontananza, fra le baracche più ad est, una bandiera sventola beffarda. “Forza Italia”, e non è il tricolore dell’articolo 12 della Costituzione. È straniante, ci fa sorridere. Veniamo accolti dai rappresentanti dei sindacati e delle associazioni. Ci danno indicazioni su come procedere, ci consegnano blocchi di moduli e penne. Ci augurano buon lavoro.
Sabato pomeriggio. Si attende la nostra prima partita dei Mondiali. Sonia, che gestisce il famoso ristorante del Ghetto, pragmatica e ruvida, sistema per noi un paio di tavoli e sedie di plastica, li pulisce con uno straccio umido. Siamo pronti. Si addossano da subito in molti ai nostri uffici di fortuna. Nome, cognome, codice fiscale, numero e motivo del permesso di soggiorno. Firme. Nome, cognome, codice fiscale, numero e motivo del permesso di soggiorno. Firme. E avanti così per dieci, venti, cinquanta volte. Ghana, Costa d’Avorio, Mali, Senegal. Residenti in ogni parte d’Italia. Strade e storie diverse confluite in una. Quella del Ghetto.
Sabato pomeriggio. Si attende la nostra prima partita dei Mondiali. Piove. Goccioloni bagnano le nostre teste e i moduli. Tutti di corsa dentro al ristorante. Si continua, nella penombra o alla luce dei telefonini. Ci chiedono “perché”, “come” e “quando”. “Per avere l’opportunità di un lavoro migliore e giusto.” “Attraverso le aziende che hanno interesse”. “Il prima possibile”. “T’es pas convaincu?” chiedo a molti, a tutti quelli che mi guardano scettici e perplessi. Spallucce e smorfie di dubbio. Così mi rispondono. Non siamo convincenti, evidentemente. In questa fase però non possiamo essere più precisi. Non basterebbero ore e parole per rassicurare e persuadere della bontà e della fattibilità dell’iniziativa.
Sabato pomeriggio. Si attende la nostra prima partita dei Mondiali. Colpi secchi di un coltello su carne pronta per la brace scandiscono la nostra ultima ora di lavoro. Si cena. Dobbiamo andare via. Abbiamo fatto tanto. Ma non è che l’inizio, ne siamo consapevoli. Abbiamo compilato circa duecento moduli. Sono le liste dei migranti che saranno trasmesse al Centro per l’impiego e messe a disposizione delle aziende agricole del nostro territorio. Per i datori di lavoro che assumeranno i braccianti nel rispetto dei diritti e della dignità delle persone, avranno degli incentivi e si fregeranno del bollino etico “Equapulia” sui propri prodotti. Per la prima volta si apre una possibilità di regolarizzazione per i migranti che lavorano nei campi della nostra Provincia. Per la prima volta si cerca di abbattere il muro dello sfruttamento, del lavoro nero e di cancellare la vergogna di un’agricoltura omertosa in mano al caporalato. La Regione ci crede, noi ci speriamo e continuiamo a lavorare, loro attendono.
Sabato sera. Finalmente si gioca la nostra prima partita dei Mondiali. E vinciamo grazie a Balotelli. Mi piace pensare che sia di buon auspicio.