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Home » Disinfettanti d’oro, quel 20% in più per pagare i funzionari. Dalla Puglia alla Romania, così lavorava il “sistema melmoso” della sanità

Disinfettanti d’oro, quel 20% in più per pagare i funzionari. Dalla Puglia alla Romania, così lavorava il “sistema melmoso” della sanità

Di redazione
22 Febbraio 2018
in Inchieste
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Viaggi, denaro e regali. Lo scandalo dei “disinfettanti d’oro” all’Asl di Foggia è solo l’ultimo di una lunga serie di indagini della procura sulla sanità locale che fa tremare la politica pugliese in piena campagna elettorale per le Regionali 2015. Il “sistema” messo in evidenza nelle accuse, alle quali dovranno rispondere i 7 indagati il prossimo 24 settembre, sembra avere molti punti di contatto con l'”inchiesta madre”, quella che negli anni scorsi ha portato all’arresto dell’imprenditore Vincenzo Nuzziello. A cominciare dai rapporti tra i due imprenditori coinvolti, Stefano Frongia ed Ettore Folcando.

“L’importo complessivo erogato dalla Sanix srl da parte dell’Asl è pari a 73.440 euro – scrivono gli inquirenti – laddove questa ha acquistato i beni dalla Effe Multy Utility srl per un importo complessivo di 39.510 euro non corrisponde al prezzo effettivo dei beni, poiché quest’ultimo è stato maggiorato del 20 per cento allo scopo di pagare un surplus non dovuto ai responsabili istruttori dell’Asl di Foggia, con una differenza di 41.832 euro non dovute”. Poi precisano: “Di Stefano e Marinaro, in qualità di addetti all’area gestione del Patrimonio, ricevevano la somma di denaro in contanti di 7.902 euro, pari al 20 per cento dell’importo pagato da Folcando a Frongia”. I due funzionari, per di più, avrebbero costituito una società in Romania, la Daunia Gsd Consult srl, “con l’aiuto del commercialista rumeno corrotto – secondo l’accusa – dall’imprenditore Frongia di Urbino”. Sempre in Romania venne beccato Nuzziello nell’ambito dell’operazione molisana Black Hole (Larino), perché in quel periodo, nel 2007, lavorava con la Genko Italia Spa (di cui è stato dapprima amministratore unico poi direttore commerciale) all’acquisizione della Famos, società fino ad allora nelle mani dello Stato. Non è un caso che l’ex procuratore Vincenzo Russo avesse definito l’azienda di Piazza della Libertà, dalla quale ogni anno passano 1,2 miliardi di euro dei contribuenti, un “pachiderma senza controllo”. Dall’attività incessante d’indagine, intrapresa ai tempi della direzione generale di Ruggiero Castrignanò, è emerso proprio il problema della vigilanza degli acquisti e della qualità della spesa nella sanità, dal quale sono scaturiti diversi procedimenti penali a carico di funzionari e dirigenti (alcuni dei quali sono ora in pensione).

La “nebulosa” di interessi tra tecnostruttura, imprenditori e politica ha mostrato tutti i suoi gangli. L’ex funzionario Nazario Di Stefano – uomo chiave per gli inquirenti nonostante ricoprisse un incarico delicato nel settore appalti pur avendo già due condanne passate in giudicato -, in diverse occasioni, nei precedenti processi, ha tirato in ballo Savino Inchingolo, non proprio uno qualsiasi: ex subcommissario all’Asl e fino al 2012 consigliere comunale di SeL ad Andria, prima delle dimissioni. Del resto, più volte il governatore Nichi Vendola ha dovuto affrontare la questione della “sanitopoli pugliese”. Ora, tuttavia, ai tempi della spending review e dei tagli ai servizi appare ancora più grave la rilettura delle dichiarazioni di Di Stefano durante una udienza shock nel primo processo: “Se non entri nella squadra dei capiservizio stai là a fare lo scribacchino: ognuno aveva le proprie ditte da favorire”. Sembra una delle regole di un mandamento mafioso, invece è semplicemente la situazione dell’ufficio pubblico descritto allora dall’imputato Di Stefano. Sugli atti pubblici fino ad un certo punto, soprattutto determine di liquidazione, venivano contrassegnati, a matita, i riferimenti: “Per Nazario”, ad esempio. Un modo per non sbagliare l’ultimo anello della catena e per non rischiare di mandare in fumo il piano di favoreggiamento delle imprese amiche. “La mia postazione era in uno stanzone, quello della segreteria, dove c’erano almeno altre 20 persone – ricorda Di Stefano -, spesso ci segnavano a margine le indicazioni per non sbagliare con le indicazioni sul numero di protocollo, ma a volte quest’ultimo era addirittura inesistente. Era tutta una confusione”. Affermazioni gravissime che lasciano intendere l’assenza totale di controlli nella filiera della produzione degli atti per l’attività amministrativa dell’Asl. “Arrivavano anche richieste dai medici al Patrimonio – continua Di Stefano – che i capiservizio smistavano in base al territorio di riferimento per imbastire gli acquisti. Di questo sapevamo io ed il mio collega Nicola Marinaro, oltre a Romolo De Francesco”. Questi ultimi sono stati indicati anche nell’ultimo procedimento.

Gli stessi personaggi che sarebbero, dunque, alla base del “passaggio di consegne” dalle società di Nuzziello a quelle del giovane ex collaboratore Folcando, pure coinvolto nell’operazione Black Hole. Da ciò è scaturito il sequestro preventivo su 27 fabbricati, 48 terreni, otto autovetture, 27 conti correnti bancari e quote di tre società, per un valore complessivo di 1,6 milioni di euro. Solo una piccola parte, tuttavia, dell’immenso iceberg emerso in questi anni.

Tags: Asl FoggiaBlack HoleEttore FolcandoFoggiaNazario Di StefanoStefano FrongiaVincenzo Nuzziello
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