L’infezione corre in corsia agli Ospedali Riuniti di Foggia. Da 25 giorni nel reparto di Ortopedia (nella palazzina che ospita la maternità) medici, infermieri e pazienti sono fortemente preoccupati per la “klebsiella pneumonie”, un batterio che può provocare forme particolarmente aggressive di polmonite. E, soprattutto nei pazienti anziani, anche la morte. Del resto, nel reparto di via Pinto ad allertare maggiormente sono i cosiddetti “defedati”, ad esempio pazienti con frattura al femore in attesa di essere operati.
Per qualcuno, a poco sarebbe servito dunque l’ordine di servizio con il quale la direzione ha bloccato i “ricoveri programmati”, che già per la definizione stessa rappresentano casi meno gravi, per i quali è possibile un’attesa più lunga. Ciò che fa specie è che il germe si sviluppa dapprima nel paziente, soprattutto attraverso le vie urinarie, e che poi potrebbe esser stato “passato” agli altri.
Per di più lo stop ai ricoveri sarebbe arrivato con ritardo (dal 20 aprile scorso), mentre i primi casi sarebbero stati registrati all’inizio del mese: da allora, ad essere colpiti dall’infezione sarebbero in 7-8. Questi pazienti sono stati isolati e sottoposti a terapie antibiotiche. Il punto di interesse, a questo punto, è uno: chi garantisce che non siano state colpite altre persone? Sì, perché nel momento in cui si scopre il problema, il batterio potrebbe essere già stato presente all’interno dell’organismo da qualche giorno, magari per il periodo necessario al “trasferimento” ad un altro paziente. Evenienza esclusa dal management, per il quale “non ci può essere il contagio da un paziente all’altro, visto che il germe si sviluppa dall’interno”.

La preoccupazione sale, tuttavia, se si pensa che qualche tempo fa l’Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato l’allarme sui “superbatteri“, così chiamati perché resistenti alle cure antibiotiche. Tra questi c’è appunto la klebsiella, il micro organismo capace di portare alla morte il 40 per cento dei pazienti nelle chirurgie e rianimazioni, e che si starebbe sviluppando al tal punto negli ospedali da indurre gli infettivologi a parlare di vera e propria pandemia.
Se a questa emergenza si aggiunge la carenza di personale – ci sono solo 3 infermieri per turno a rispondere alle necessità di 37 posti letto -, ci si rende conto del rischio che si corre. Alcuni dipendenti avrebbero addirittura inoltrato la domanda di trasferimento. Ancora, la degenza media per ogni singolo posto letto si è allungata da 3 a 15 giorni, determinando un aumento dei costi a carico della collettività.

A gettare acqua sul fuoco la direzione sanitaria. “Il problema non esiste più, è tutto risolto – afferma a l’Immediato Antonio Battista -, abbiamo isolato i pochi casi che sono stati segnalati e abbiamo sanificato gli ambienti. Non c’è nulla di cui preoccuparsi. I casi non sono 8, ma 5: 4 in ortopedia e uno che è stato trasferito in medicina. Il batterio esiste in tutto il mondo, noi siamo stati bravi a scovarlo, perché l’abbiamo cercato con il nostro sistema di sorveglianza, con un’equipe piuttosto preparata. Escludo possa esserci stato un trasferimento dell’infezione da un paziente all’altro, è davvero difficile perché gli ambienti vengono disinfettati periodicamente ed il germe non sta sui muri o sul pavimento. Potrebbe interessare gli attrezzi, ma nel caso dell’ortopedia è difficile. Poi il personale è formato e aggiornato sulle procedure – conclude – per questo possiamo tranquillizzare i cittadini che vengono a curarsi in un reparto che funziona, e che non è certo un lazzaretto della sanità”.
