Presentato un anno fa ma mai entrato nel vivo. È il progetto “Capo Free – Ghetto off” ideato dalla Regione Puglia per svuotare il ghetto di Rignano Garganico e smistare gli immigrati in diverse (e più accoglienti) zone della provincia di Foggia. “Il tema dello sfruttamento del lavoro nero in agricoltura – disse l’ex assessore Guglielmo Minervini – attraversa tutto il nostro Paese. L’economia agricola spesso si regge sullo sfruttamento degli uomini e i flussi migratori che attraversano la nostra regione sono molto consistenti e rendono conveniente lo sfruttamento. Accade così che ci siano realtà come quella di Rignano che si chiamano ghetti. Ed è inaccettabile che luoghi del genere possano esistere ed essere chiamati così come se nulla fosse”. Per tutti questi motivi, il progetto mirava a individuare alcune location con servizi di accoglienza, tutela legale, presidi sanitari e spazi per la socializzazione utili ad eliminare l’ “effetto ghetto”.
L’obiettivo principale, infatti, era quello di trasferire i residenti del ghetto di Rignano tra San Severo, Lucera e l’ex area servizi di Amendola. Ma ad un anno di distanza dalla presentazione del progetto, raccontato nel dettaglio anche nella Prefettura di Foggia davanti a numerosi addetti ai lavori, i numeri del ghetto di Rignano restano impressionanti e nella stagione estiva il totale dei residenti arriva addirittura a qualche migliaio di presenze. Minervini promise l’avvio delle operazioni di chiusura già da luglio dello scorso anno nonostante alcuni abitanti nemmeno fossero a conoscenza dell’esistenza del piano regionale. Oggi, però, siamo davanti a un buco nell’acqua.
L’attacco giunge dalla Coldiretti Puglia che parla di “fallimento del progetto su tutta la linea”. Coldiretti che si domanda e domanda al consigliere e già assessore alla trasparenza Minervini, “secondo quale strano sillogismo una organizzazione come Coldiretti non possa muoversi ‘attivamente’ e parlare di contrasto al capolarato, quando è già motivo di espulsione di un socio per Statuto, solo perché non ha condiviso taluni strumenti imposti dalla pubblica amministrazione senza utili contradditori, perché ritenuti inefficaci se non addirittura controproducenti. Il bollino etico ha dato dimostrazione di quanto sia coerente e libera Coldiretti. Quando condivide la linea firma, in caso contrario non appone sigle di facciata. Il banco di prova per testare la reale e non di facciata volontà di rispettare le imprese agricole e agroalimentari, le opportunità occupazionali che creano e i lavoratori sarà il rinnovo dei contratti di lavoro.
Le firme dei protocolli di intesa su temi così scottanti come il lavoro nero e/o il caporalato non hanno mai portato risultati, come dimostrato dal fallimento su tutta linea del documento citato dal consigliere Minervini che nessun effetto ha sortito proprio rispetto al progetto “Capo on – Ghetto off”.
All’epoca – giugno 2014 – Coldiretti non solo non firmò il protocollo, ma criticò la decisione dell’allora assessore regionale Minervini di chiudere in Prefettura un’intesa sul lavoro agli immigrati extracomunitari prima della definizione dell’accordo tra datori di lavoro e sindacati, visto che il protocollo – evidentemente scritto senza tenere conto di tutte le ripercussioni del caso – proprio sui contributi andava addirittura a creare una discriminazione al contrario rispetto ai lavori italiani.
Daspo ad aziende che ricorrono al caporalato
In merito al Daspo sui finanziamenti (proposto oggi da Minervini), Coldiretti Puglia precisa che il PSR già prevede il blocco dell’erogazione in caso di mancata presentazione di certificazione probante percorsi di legalità e trasparenza. La inutile moltiplicazione di documenti è in netta contraddizione con il percorso di semplificazione che la stessa Regione Puglia ha avviato.
Lotta al lavoro nero
Da Coldiretti Puglia ferma denuncia sul “balletto di dati, numeri e notizie vere, false o presunte su lavoro nero, braccianti, imprese, raccolte, caporali – di cui vorremmo conoscere le fonti ufficiali e i riscontri e gli accertamenti delle forze dell’ordine – sciorinate in questi giorni che hanno azzerato con un colpo di spugna l’immagine positiva della Puglia a livello nazionale e internazionale”. Le aziende esportatrici pugliesi nelle ultime settimane si trovano “nella difficile condizione di ‘giustificarsi’ per quanto accade, come se il problema dell’etica fosse un male che ha colpito trasversalmente tutte le imprese produttrici agricole e agroalimentari pugliesi. Se sindacati e istituzioni hanno una fotografia così precisa e inequivocabile del problema, dovranno immediatamente essere ascoltati dalle forze dell’ordine, in modo che vengano sgominate definitivamente le bande di malfattori”.
Sicurezza
Coldiretti Puglia ribadisce la vitale esigenza di sicurezza tout court nelle aree rurali – divenute polveriere, come dimostrato dal tragico fatto di cronaca che ha coinvolto un allevatore di Troia – perché il fronte dell’illegalità è sempre più ampio e riguarda la proprietà fondiaria, le infrastrutture di servizio all’attività agricola e, non da ultime, le produzioni agricole ed agroalimentari. I reati contro il patrimonio (furto, abigeato, usura, danneggiamento, pascolo abusivo, estorsione, ecc…) rappresentano la “porta di ingresso principale” della malavita organizzata e spicciola nella vita dell’imprenditore e nella regolare conduzione aziendale.
