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Home » Al Giordano la leggenda del jazz Ron Carter tra poesia, gioia e raffinatezza. Pubblico in estasi

Al Giordano la leggenda del jazz Ron Carter tra poesia, gioia e raffinatezza. Pubblico in estasi

Di Paola Lucino
22 Febbraio 2018
in Cultura&Società
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Atteso come la leggenda del jazz non perché sia uno dei pochi rimasti in giro ma perché è stato un caposcuola come bassista. Ron Carter è un gigante e si vede, soprattutto si ascolta nel fraseggio con il chitarrista Russell Malone e il pianista Donald Vega. 

Sul palco del Giordano ammalia il pubblico in una sintonia perfetta che armonizza la maestria di chi del linguaggio è padrone. Quando Carter fa scivolare le dita nodose sul contrabbasso sembra che lo strumento ingombrante si smaterializzi, è armonia pura, un gioco facile sempre fresco su musiche suonate e risuonate fra festival, teatri o sale di incisione. 

“Siamo qui a suonare come in uno spettacolo fra amici” dice dopo aver presentato i musicisti. Elenca alcuni brani in scaletta. Uno è Blues for D. P, poi Candle light, Cedar trees, un brano che “è stato citato da giornali e riviste e il cui autore è Dave Hollande”. 

Ricorda i grandi, pronuncia velocemente due frasi e ripiomba nella concentrazione estatica del contrabbasso piantato per terra. Occhi chiusi quanto basta, vigili ma con quella scioltezza di chi sa già tutto prima.

In Candle light l’attacco lo fa la chitarra, quel Russell Malone musicista autodidatta che per tutto il concerto gli tiene lo sguardo puntato addosso. Non perde una nota di Carter, lo segue sintonizzandosi con il pianista i cui battiti di dita sulla tastiera fan danzare il palcoscenico. 

foto 1

In Cedar trees lo spazio è di Vega che si esibisce in un assolo. Quando comincia il contrabbasso, il piede di chi, dalla platea, spera che questa serata non termini batte il tempo, e del resto lo fa anche il chitarrista. 

Ron da leader del trio “scompare” ogni tanto nel pentagramma altrui e lascia il proscenio a piano e chitarra. E’ malinconica e dolce Candle light, un pezzo nuovo rispetto ad altri brani più standard nel repertorio.

 “Ah sì vengo dalla provincia, non mi potevo perdere Ron Carter che è stato membro del quintetto di Miles Davis”. Nell’atrio prima di iniziare sfilano anche alcuni dei prof di jazz che nelle domeniche, ma non solo, della sala Fedora, spiegano la nascita e le evoluzioni del genere. Di Carter – in Europa ha fissato solo due date, una a Danzica, l’altra a Foggia –  più che di altri conoscono la fulgida carriera. Il pubblico talvolta sigla con un applauso un passaggio virtuoso perché proprio non riesce a trattenersi. 

Avverte nel Golden Striker Trio quella poesia, raffinatezza ed eleganza che contribuiscono al “mito” da ritrovare in una città che, come detto più volte, vuole ricongiungersi con la propria tradizione. Il contrabbassista degli Stati Uniti: una magia per Foggia. 

Tags: FoggiaRon CarterRussell MaloneTeatro Umberto Giordano
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