Teresa Principato, da anni impegnata nella cattura del super latitante e boss di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro, ha incontrato la città di Foggia stamattina nell’aula magna della facoltà di Economia in via Caggese. Un incontro molto sentito e partecipato. Numerosi gli studenti presenti e tante le autorità in prima fila. Dal sindaco fino ai rappresentanti delle forze dell’ordine. Il dibattito dal titolo “Cinque mafie ed una Nazione: le loro idee camminano sulle nostre gambe. Parlarne per conoscere, conoscere per eradicarle”, ha trattato il fenomeno criminale a livello nazionale. La Principato ha raccontato la sua esperienza in Sicilia con alcune riflessioni su Cosa Nostra, sul ruolo delle donne e sul maxi processo degli anni ’80 che per la prima volta certificò la presenza di gerarchie mafiose soprattutto tra Palermo e Corleone.
Al tavolo in compagnia della Principato, Vito Di Giorgio della Direzione Distrettuale Antimafia di Messina, Giuseppe Gatti della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, Leonardo Leone De Castris, procuratore capo di Foggia, l’avvocato Gianluca Ursitti, presidente della Camera Penale di Foggia e Francesco De Falco della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli.
Molto applaudito l’intervento di Gatti per la vicinanza delle questioni trattate. Durante il suo intervento, il pm della DDA da anni in lotta contro il fenomeno mafioso foggiano, ha ricostruito in breve la storia delle organizzazioni criminali di Capitanata.
La Società
“Di Foggia non ne parla quasi nessuno – ha detto Gatti -. La stampa nazionale non tratta l’argomento. Ma il fenomeno esiste. In questa provincia è vera emergenza. Tre i gruppi mafiosi in Capitanata. La ‘Società Foggiana’, la mafia del Gargano e quella di Cerignola. Saviano ha definito la ‘Società’ forte e spietata. Io aggiungo che la mafia foggiana ha imparato a coniugare tradizione e modernità. La tradizione del familismo della ‘ndrangheta mista alla spietatezza della camorra. La ‘Società’ ha una struttura federale, costituita da batterie (Moretti-Pellegrino, Sinesi-Fracanvilla, Trisciuoglio-Mansueto-Tolonese, ndr). Nel Foggiano vincolo di mafia e vincolo di sangue rappresentano due facce della stessa medaglia. Qui niente cerimonie di iniziazione. La mafia si tramanda da padre a figlio come vere e proprie missioni familiari. Un capo mafia foggiano lascia al figlio il titolo di capo, la reggenza del clan. Nel 1979 nell’Hotel Florio, Raffaele Cutolo della ‘Nuova Camorra Organizzata’ istituì la mafia foggiana. Aveva un obiettivo ambizioso Cutolo, estendere il controllo egemonico della camorra sulle coste pugliesi. Trasferire i traffici dal Tirreno all’Adriatico”.
Secondo Gatti fu la strage del Bacardi nel 1986 a segnare un momento importante nella storia della mafia foggiana. Quel giorno in piazza Mercato sembravano gli anni ’20 per le modalità attuate dai criminali. Quel bagno di sangue (protagonista il papa di Foggia, Giosuè Rizzi morto ammazzato nel 2012, ndr) mise fine al clan Laviano, riferimento della Sacra corona unita nel capoluogo dauno. Da quel giorno la storia cambiò e a Foggia non si parlò più di Sacra corona unita”. Oggi, infatti, la mafia locale fa affari con i Casalesi, soprattuto nel mondo dei rifiuti e con la ‘ndrangheta. “Una mafia degli affari capace di infiltrarsi nelle società partecipate del Comune (vedi il caso Amica, ndr) e nel settore vitivinicolo (operazione Baccus, ndr). Oggi la ‘Società’ cerca orizzonti nuovi”.
Il Gargano
“La mafia più antica è quella del Gargano. Ebbe inizio negli anni ’70 e per molto tempo è stata definita una faida pastorale. Solo nel 2006, con il processo Iscaro-Saburo venne certificato che sul promontorio esiste un radicato sistema mafioso composto da clan molto potenti”.
“Sul Gargano – ha continuato Gatti – le vittime vengono bruciate e mai ritrovate. I morti scompaiono nel nulla. Ci sono cimiteri di mafia sparsi per il territorio. La mafia del Gargano cancella il ricordo. Per questo i malviventi danno il colpo di grazia sparando la vittima in pieno volto. Così da cancellarne l’immagine. È un fenomeno compatto e feroce. Profondamente radicato sul territorio. C’è un controllo militare attuato dalla malavita. Un controllo favorito dal territorio morfologicamente complicato e ideale per chi voglia nascondersi (Giuseppe Pacilli, detto Peppe U’ Montanar venne pizzicato nei boschi del Gargano dopo anni di latitanza, ndr)”.
L’omertà
Il tutto favorito dal contesto sociale, perfetto per i clan. “Qui esiste un radicamento socio culturale della mentalità mafiosa fortissimo. E un’omertà generalizzata e assoluta. Non incentrata sul terrore ma su consenso e connivenza. Sul Gargano i commercianti chiedono prima al mafioso l’autorizzazione ad aprire un negozio, poi al Comune. E poi nel Foggiano non ci sono collaboratori di giustizia (fatta eccezione per l’ex compagna di Emiliano Francavilla a Foggia, ndr). La mafia fa paura agli stessi mafiosi. Negli anni poche denunce e chi denuncia spesso ritratta durante il processo”. Per il pm della DDA, “la potenza della mafia è fuori dalla mafia. È nel vuoto di comunità. È nella legalità dell’io che ci fa tirare a campare e farci i fatti nostri. Tanto succederà sempre a qualcun altro mai a noi. Se le cose vanno male sarà colpa di altri”.
Un numero fa impressione ed è ben evidenziato da Gatti: “Si sono verificati oltre 250 delitti di sangue dagli anni ’80 ad oggi in questa provincia. L’80 per cento sono rimasti insoluti“.
Come si sconfigge la mafia? Falcone un giorno disse che come ogni fenomeno umano la mafia avrà anche una fine. Al tavolo ne sono tutti convinti. Di Giorgio della DDA di Messina ha sottolineato un aspetto: “Ciò che davvero indebolisce il mafioso non è l’arresto ma privarlo dei suoi beni patrimoniali. Questo resta il nostro obiettivo principale, colpire le loro proprietà”.



