
Liberato per un clamoroso errore giudiziario e finito in pasto ai killer della mala foggiana. Il grande boss Roberto Sinesi, 54 anni, noto per i legami con la ‘ndrangheta, gli affari nelle pompe funebri e il racket del pomodoro, stava per finire morto ammazzato a Candelaro, quando la 500L nera guidata dalla figlia è diventata bersaglio di una pioggia di proiettili. Poteva essere una strage. Il boss aveva in braccio il nipote, un bambino di appena 4 anni rimasto ferito come il nonno. Entrambi se la caveranno ma per puro caso. Ignoti hanno affiancato la 500 a bordo di un’altra autovettura (ritrovata poco più tardi totalmente bruciata nelle campagne foggiane), poi hanno fatto fuoco colpendo persino la facciata di un oratorio posto nelle vicinanze.
Dalla fine dello scorso anno è ripartita la guerra tra i clan della “Società Foggiana”. A contendersi il territorio ma anche la compiacenza di alcuni imprenditori locali, le batterie Sinesi-Francavilla e Moretti-Pellegrino. I capi delle due fazioni sono entrambi in libertà, “favoriti” da alcuni scivoloni giudiziari. Come quello del giudice del Tribunale di Bari, Roberto Oliveri del Castillo che aveva “copia incollato” l’ordinanza del pm della DDA, causando l’immediata scarcerazione del boss.
Sinesi, arrestato a metà giugno scorso per le estorsioni alla Princes, era tornato in libertà poche settimane dopo grazie a una questione formale sollevata dal legale dell’indagato, l’avvocato Ettore Censano. Il giudice Oliveri del Castillo aveva aderito in maniera del tutto acritica alle scelte dell’accusa, limitandosi a copiare le valutazioni del pm, comprese le note a piè pagina. Invece il gip avrebbe dovuto considerare gli elementi indiziari autonomamente.
Rocco Moretti, intanto, nemico giurato di Sinesi, era tornato in libertà ad aprile di quest’anno, dopo che la Cassazione aveva rispedito in Appello il processo Cronos, riguardante le accuse di associazione mafiosa e detenzione illegale di armi. Nel frattempo però, erano decorsi i termini di carcerazione preventiva. Era infatti trascorso il tempo massimo di tre anni dalla condanna di primo grado, senza essere arrivati a quella in Appello. Coi due boss a piede libero, la settima guerra di mafia a Foggia è entrata nel vivo.

