
La droga fonte di sostentamento principale del clan Moretti. Alba di arresti a Foggia (e nel Nord Italia). Raggiunto in carcere a Tolmezzo (Udine), Pasquale Moretti detto “il porchetto”, già detenuto per altri reati, 39 anni, al vertice della batteria assieme al padre Rocco detto “il porco” e a Vincenzo “Capantica” Pellegrino. Manette anche per Alessandro Morena, classe ’79, destinato ai domiciliari, Michele Piserchia, classe ’84, pizzicato pochi giorni fa dalla polizia per detenzione di armi e droga, e Cosimo Stramaglia, classe ’76. Anche questi ultimi due ai domiciliari. Tuttora ricercato un quinto soggetto, già da tempo lontano da Foggia, destinatario di ordinanza di custodia cautelare in carcere esattamente come il proprio capo, Pasquale Moretti. Pesante l’accusa per il boss, Morena e per il latitante, ritenuti appartenenti a un’associazione finalizzata al traffico di cocaina, hashish e marijuana. Per Piserchia e Stramaglia, invece, solo l’accusa di spaccio. Le ordinanze di custodia cautelare sono state emesse dal gip del Tribunale di Bari su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia.
Il clan piazzava la droga anche a Lucera e nel Basso Tavoliere, senza disdegnare il territorio barese, Benevento e Avellino. A Foggia, invece, la vendita dello stupefacente si concretizzava principalmente tra la zona dell’ex Onpi di corso del Mezzogiorno e il rione Candelaro. Spesso gli spacciatori incontravano i propri clienti nelle attività commerciali della città, cercando di restare lontani da occhi indiscreti. I carabinieri hanno scoperto quattro mesi di traffici intensi, da luglio 2013, inizio dell’indagine. In quel periodo il clan riuscì ad intascare ben 400mila euro. Tra i clienti anche persone piuttosto facoltose, a caccia soprattutto di cocaina.
L’indagine, condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo sotto la direzione della Procura della Repubblica di Bari – Direzione Distrettuale Antimafia, e denominata “RECKON” per la minuziosa attenzione posta dagli indagati nel rendicontare economicamente al proprio vertice i proventi dell’attività, si è sviluppata attraverso estesa attività tecnica connessa ad innumerevoli servizi di osservazione, controllo e pedinamento che hanno dato esito a perquisizioni, sequestri ed arresti, nonché videoriprese che hanno cristallizzato l’attività di spaccio di sostanze stupefacenti da parte degli indagati.
Le investigazioni hanno permesso di far emergere l’esistenza a Foggia di un sodalizio organizzato facente capo a Pasquale Moretti, al vertice dell’omonima batteria mafiosa operante nella città e figlio del capostipite Rocco, dedito al sistematico traffico di cospicui, nell’ordine di chilogrammi, quantitativi di hashish.
L’organizzazione aveva, inoltre, quale peculiarità, una spiccata “proiezione esterna”, ovvero la capacità di rifornire stabilmente di significativi quantitativi di stupefacenti i referenti di micro gruppi criminali operanti non solo a Foggia, come nel caso di Stramaglia e Piserchia, ma anche nei maggiori centri limitrofi.

Dal compendio investigativo è spiccato il ruolo sovraordinato di Moretti che impartiva direttive a Morena e all’altro componente tuttora attivamente ricercato, e prendeva le decisioni più importanti, quali la determinazione del prezzo di vendita e delle altre condizioni contrattuali, per esempio se cedere a credito o meno, i soggetti da coinvolgere negli affari e le modalità di recupero dei crediti da parte dei clienti morosi. La posizione direttiva di Moretti trovava riscontro anche nella elevata considerazione che ne avevano i suoi “sottoposti”. “Incuteva timore sui suoi uomini”, hanno riferito i carabinieri.
A Morena era, invece, demandato, in via esclusiva, il compito di gestire la “cassa comune”, provvedendo, a volte, anche alla suddivisione dei proventi illeciti, oltre ad essere l’autista personale del capo. Il terzo soggetto da catturare rappresentava la parte operativa del gruppo. Grazie alla consolidata esperienza nel settore degli stupefacenti era, infatti, in grado di gestire, anche da solo, previa autorizzazione del vertice, la compravendita di intere partite di droga e mantenere stabilmente i contatti con esponenti di altre realtà criminali.
Ingente il volume d’affari prodotto dall’attività illecita che, in considerazione del fatto che venivano trafficati sino a 10 chilogrammi di hashish a settimana, si stima abbia raggiunto complessivamente, nei quattro mesi di monitoraggio, circa 400.000 euro di introiti.
