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Home » Crisi totale per l’ex “oro rosso”, sprofonda il pelato. Le cause: contratti senza valore e aste online

Crisi totale per l’ex “oro rosso”, sprofonda il pelato. Le cause: contratti senza valore e aste online

Di redazione
21 Febbraio 2018
in Economia
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Contratti senza valore, aste online al ribasso e caos nei rapporti tra organizzazioni di produttori e industriali nel sud Italia. Sono solo alcune cause della grave crisi di quello che fino a qualche tempo fa veniva chiamato “oro rosso”: il pomodoro. A pagar pegno più di tutti, è il pelato, prodotto tipico del Mezzogiorno. Lo racconta il dossier Spolpati, la crisi dell’industria del pomodoro tra sfruttamento e insostenibilità, terzo rapporto della campagna #FilieraSporca, promossa dalle associazioni ‘daSud’ e ‘Terra!’, curato da Fabio Ciconte e Stefano Liberti e presentato oggi alla Camera dei Deputati. In un’indagine durata cinque mesi, concentrati per lo più nel distretto Sud, quello che presenta le maggiori criticità ma anche le maggiori potenzialità, confrontandosi con tutti gli attori della filiera e seguendola dal campo allo scaffale del supermercato, il team di ‘Terra!’ ha individuato i principali elementi di disfunzione, ma anche possibili soluzioni che renderebbero il sistema più virtuoso.

I numeri della crisi

raccolta_pomodori2La produzione annuale di pomodoro del nostro Paese è di circa 5 milioni di tonnellate, su un’estensione di poco superiore ai 70mila ettari, principalmente nelle province di Foggia, Caserta e Potenza (distretto Sud) e Parma, Piacenza e Ferrara (distretto Nord). L’Italia è il terzo trasformatore mondiale di pomodoro, dietro a Stati Uniti e Cina e rappresenta circa il 50% della produzione europea. Il fatturato dell’industria del pomodoro si aggira sui 3 miliardi di euro. Ciononostante, diminuiscono i prezzi della materia prima e del trasformato. “I produttori – si spiega nel rapporto – lamentano scarsi introiti e riducono le superfici coltivate; gli industriali sostengono di vendere spesso a prezzi più bassi di quelli di produzione”.

Napoli-Foggia: il peccato originale

raccolta_pomodori1Tradizionalmente, il pomodoro era coltivato nella regione dell’agro-nocerino-sarnese. Verso la fine degli anni ‘80, l’erosione dei terreni in seguito a un’urbanizzazione selvaggia e una virosi che ha distrutto i raccolti, hanno spinto i produttori del napoletano a cercare nuovi appezzamenti. È così che il pomodoro ha cominciato a essere coltivato massicciamente nella Capitanata, in provincia di Foggia, oggi principale area di produzione del distretto Sud. Il pomodoro raccolto in Puglia viene trasportato alle industrie di trasformazione che, a parte alcune eccezioni, si trovano quasi tutte in Campania. “Dalla metà di luglio fino alla fine di settembre – scrivono gli autori del dossier – l’autostrada Napoli-Bari è un via vai di camion pieni che salgono verso la Campania e camion vuoti che scendono per caricare in Puglia”. È uno dei risultati dell’incapacità degli attori della filiera di trovare una sede al cosiddetto distretto Sud, formalmente creato nel 2014, mentre in realtà “lo scontro tra gli operatori del foggiano e quelli dell’agro-nocerino-sarnese ha per il momento portato allo stallo di quest’istituzione”.

Organizzazioni sulla carta

raccolta_pomodori“Nella maggior parte dei casi – si legge nel rapporto – non sono controllate da reali produttori ma da ex commercianti che svolgono un ruolo di intermediazione tra la parte agricola e quella industriale”. La gran parte delle organizzazioni che trattano il pomodoro al Sud si limitano ad intercettare i finanziamenti europei, senza incidere sulla semina e raccolta del prodotto. Nel distretto Sud su 30mila ettari di terreno coltivabile, ci sono 84 impianti di trasformazione e 39 organizzazioni di produttori, mentre nel distretto che ha sede a Parma su 40mila ettari, ci sono 26 impianti e operano appena 14 organizzazioni. Proprio la mancanza di razionalità della filiera del Sud sta causando la cresi del pomodoro pelato “espulso da un mercato che richiede prodotti semplici e veloci da cucinare e da un distretto produttivo incapace di fare sistema e valorizzare le proprie eccellenze”.

Aste online e sfruttamento

“Alcuni attori della grande distribuzione stabiliscono il prezzo prima della stagione mediante il cosiddetto meccanismo delle aste on-line con doppia gara al ribasso. Il sistema funziona così: viene convocata per e-mail una prima asta tra gli industriali, in cui si richiede un’offerta di prezzo per una certa commessa (ad esempio un tot di barattoli di passata e/o latte di pelati)”. Gli industriali hanno una ventina di giorni per fare un’offerta. Raccolte le proposte, lo stesso committente convoca una seconda asta on-line, la cui base di partenza è l’offerta più bassa. Questa seconda asta on-line è nuovamente al ribasso e il tutto si svolge nel giro di un paio d’ore: vincerà chi farà l’offerta minore. Questo meccanismo, che somiglia in tutto e per tutto al gioco d’azzardo, pregiudica fortemente il funzionamento della filiera, sia per la rapidità con cui si svolge sia perché gli industriali vendono allo scoperto (le aste avvengono in primavera, quando la stagione non è cominciata né è stato chiuso il contratto tra produttori e industriali), ovvero quando non hanno ancora il pomodoro da trasformare.

raccolta_pomodoriInoltre, nel settore del pomodoro, in cui i braccianti impiegati nella raccolta a mano (che rappresenta il 15% del totale) sono per la quasi totalità stranieri (cittadini dell’Africa sub-sahariana, rumeni o bulgari), il cosiddetto “caporalato” è l’unico mezzo di reclutamento della manodopera. Pagati a cottimo a seconda dei cassoni che riescono a riempire, questi lavoratori devono versare parte del loro guadagno ai capisquadra. “L’approvazione in via definitiva della legge contro il caporalato – scrivono gli autori – rappresenta un passo avanti nel superamento di questo sistema, ma è urgente mettere in piedi un meccanismo alternativo di incontro tra richiesta e offerta di manodopera nelle principali aree agricole di raccolta”. C’è da dire che la raccolta a mano diminuisce di anno in anno, perché pur pagata a cottimo e compiuta in condizioni di sfruttamento, risulta economicamente sconveniente rispetto a quella meccanica. Così oggi al Nord la raccolta è interamente meccanizzata, mentre al Sud è all’85 per cento.

Le raccomandazioni

Per far fronte a queste anomalie il rapporto propone una serie di azioni di legge: l’innalzamento del minimo fatturato per costituire una organizzazione di produttori e l’obbligatorietà di avere la sede principale nella regione di produzione, ma anche la certezza di un contratto vincolante, come avviene nel Nord Italia e l’abolizione delle aste on-line con il doppio ribasso. Infine “una legge sulla trasparenza fondata sull’etichetta narrante, perché solo rendendo trasparente la filiera – conclude il rapporto – si potrà ridare vita a un’agricoltura in affanno e a un made in Italy sempre più ripiegato su se stesso”.

SCARICA IL RAPPORTO COMPLETO

Tags: filiera sporcaFoggiaPomodoroPugliaRapporto
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