Sabato 27 gennaio 2018 ricorre il secondo anniversario della morte del giovane lucerino Alessandro Lattuchelli, non ancora 32enne, asfissiato nei locali sotterranei della filiale della Banca Popolare di Milano, in via Aldo Moro ad Apricena, da una perdita di gas dell’impianto automatico di estinzione incendi ad anidride carbonica. Il suo incidente, dopo la strage sul lavoro degli operai recentemente deceduti alla Lamina spa, ritorna prepotentemente alla ribalta nazionale, dal momento che la sua famiglia e la giovane vedova Erika Petito, che ha dato alla luce il loro bambino, Alessandro Maurizio, l’8 marzo 2016, 40 giorni dopo la tragica morte del padre, non hanno ancora giustizia.
Solo a febbraio infatti, dopo che nel maggio del 2016 c’era stata anche la concussione e il relativo arresto dell’ingegner Giorgio Amatucci, Ctu nominato dalla Procura di Foggia, da parte della Guardia di Finanza, ci sarà la prima udienza preliminare per la richiesta di rinvio a giudizio per i reati di cooperazione del delitto colposo ed omicidio colposo (articoli 113 e 589 del codice penale) a carico della coordinatrice della sicurezza in fase di progettazione, del datore di lavoro dell’impresa Sc Engineering srl, del direttore dei lavori, del direttore generale e consigliere delegato della Banca Popolare di Milano, del dirigente delegato in materia di salute e sicurezza e dell’addetto alla gestione degli immobili del distretto Centro Sud Puglia per la Banca Popolare di Milano. “In cooperazione colposa tra loro, per colpa consistita in negligenza, imprudenza, imperizia nonché inosservanza delle disposizioni concernenti la normativa in materia di sicurezza sul lavoro cagionavano la morte di Alessandro Lattuchelli”, si legge nel capo di imputazione.
Qualche settimana fa, dopo Natale, la signora Petito ha ricevuto una lettera a mezzo pec da parte dell’avvocato della Banca Popolare di Milano, nella quale le si offre 1 milione di euro come risarcimento per la morte del marito. Una somma onnicomprensiva e risolutiva di tutte le spettanze. Dall’infortunio mortale al danno subito dai superstiti (moglie e bambino) e includente finanche la rendita, che attualmente Erika percepisce dall’Inail per le speciali tabelle biologiche di Alessandro, un uomo morto sul lavoro nel fiore degli anni, e per la presenza del piccolo “concepito nascituro”, che ha il cognome del papà.
In questi due anni ha anche dovuto cambiare avvocato. Si è interrotto il rapporto fiduciario con alcuni legali dal nome altisonante e nazionale. Oggi è difesa dall’avvocato Enrico Rando del Foro di Foggia.
“Quella della Banca è un’offerta ridicola, io non ho bisogno di questo risarcimento, voglio che sia fatta giustizia. Andrò avanti all’infinito, perché delle loro offerte non so che farmene. Ci sono le perizie che parlano. Ho 27 anni e sono vedova con un figlio piccolo, un bel bagaglio. Il mio obiettivo è fare un salvadanaio per il mio bambino, che non potrà mai incontrare suo padre, non potrà mai dire papà. La Banca Popolare di Milano è un colosso e crede di poter fare quel che vuole con le persone, ma tutti i responsabili devono pagare. La vita di una persona non vale 1 milione di euro. Se quel perito corrotto non fosse stato scoperto che ne sarebbe stata di questa storia? C’era la volontà di mettere tutto a tacere, c’è stata troppa indifferenza”, spiega Erika Petito a l’Immediato nel suo ufficio della stazione di servizio Ies sulla Statale 17.
Le bombole fataliErika ripercorre con lucidità gli attimi fatali dell’incidente. Suo marito, titolare della New Costruzioni srl con alle dipendenze 5 persone, tra le quali anche suo padre, stava effettuando un ripristino sotto terra nel caveau della filiale apricenese della Banca Popolare di Milano. Ma la coordinatrice della sicurezza aveva omesso di predisporre una adeguata progettazione delle vie di fuga. “Ad Alessandro avevano detto che le bombole dell’impianto antincendio erano sicure – evidenzia Erika -, gli avevano ordinato di smontarle, non era stato informato del rischio che le venti bombole potevano avere. Quell’impianto, e ormai ne abbiamo la prova, perché c’è la relazione dello Spesal, non era mai stato autorizzato e aveva avuto parere sfavorevole dai Vigili del Fuoco già nel 1997, per risparmiare i soldi della ditta di smaltimento in Banca avevano detto a mio marito che l’impianto era vuoto, ma non era così. Da una di quelle bombole è partito il gettito di gas”.
Alessandro alla testa del gruppo e gli altri dipendenti si sono ritrovati con le vie di esodo sbarrate; solo la prima porta, quella di accesso, era aperta. I cinque operai miracolosamente sono risaliti, sono riusciti ad uscire, Lattuchelli invece, che era più vicino all’impianto è stato sopraffatto, senza più visibilità ed ossigeno, ed è morto in pochissimi minuti. Quando sono arrivati i salvataggi e il 118 non c’era più nulla da fare.
“Voglio che la nostra storia riemerga dal dimenticatoio nella quale è stata sepolta, in questi giorni ci sono state altre morti sul lavoro, simili a quella di mio marito, e i responsabili non possono pensare di accomodare tutto con una somma che non si dà neppure negli incidenti stradali senza colpa. Siamo a due anni dal fatto e non c’è stato ancora il rinvio a giudizio”, rimarca la giovane madre. È a suo figlio che pensa. In lui, sono custodite la sua speranza e la vita. “Il mio bambino riconosce il padre solo dalle foto. È dolcissimo e solare, ha l’affetto dei nonni e dei parenti, è circondato dall’amore. Ha imparato a dire, guardando le fotografie: papà sta in Cielo. Gli racconterò tutto di mio marito, voglio giustizia”.
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