C’è dibattito in quel che resta nella destra italiana, che non si sente rappresentata da Matteo Salvini. Il “governo del cambiamento” sta per materializzarsi e tanti si chiedono se Giorgia Meloni dei Fratelli d’Italia abbia fatto bene a declinare ogni invito del “Capitano” ad entrare nell’accordo penta leghista. Nell’elettorato dei Fratelli d’Italia il tema esiste. Si doveva accettare l’accordo gialloverde? Sarà un limite non far parte della novità europea ed internazionale del governo populista, inteso come governo del popolo contro le èlite? Fratelli d’Italia con questa scelta che non è stata condivisa con la base rischia di estinguersi? E che ne è della stretta di mano con Orban?
Il coordinatore provinciale a Foggia, Giandonato La Salandra (in alto a sinistra con il leghista, Contini) approva la linea della sua leader. “Giorgia ha rappresentato quello che pensano tutti quelli che ci hanno votato alle ultime elezioni. Se può essere vero che molto del voto “di destra” è stato assorbito dal messaggio elettorale della Lega, è anche vero che FdI ha sempre tenuto ferma l’unità del Centrodestra quale valore distintivo rispetto a tutti gli altri partiti. Ha corso per far vincere la coalizione e far tornare il Centrodestra al governo. Del resto mi sembra che molti deputati e senatori del centro nord debbano dire grazie proprio ad FdI se oggi sono su quegli scranni. Non ha mai fatto percorsi personali. È una questione di coerenza. Valeva ieri e vale oggi. Io ho la certezza che Salvini ha fatto una scelta fuori dallo schema dell’ultima tornata elettorale. Di fatto si è lasciato imbrigliare dal M5S. Personalmente credo si dovrebbe chiedere a Salvini se ha fatto bene o ha fatto male a rompere, e andare a fare il socio di minoranza della Casaleggio & Associati”. Come osserva La Salandra anche all’ultima direzione nazionale è emersa questa linea che poi è quella che ha tenuto la stessa Giorgia Meloni sui giornali. “Non è mai stata una questione di ministeri o sottosegretari. Salvini e Di Maio hanno inteso aprire le porte solo ad un “o dentro o fuori” senza far partecipare al tavolo e al come lavorare. Proprio Di Maio disse (subordinò) a Giorgia che se voleva fare il ministro doveva dire si a Lui. Poi se faranno bene per il Paese ovviamente ne sarò felice”, conclude.
È più dubbioso il capogruppo dei Fratelli d’Italia al Comune, Giuseppe Mainiero. “Non conosco il patto con Salvini. Però, l’aspetto politico, esiste, perché sul terreno tecnico ho forti dubbi che il Governo Di Maio-Salvini possa essere efficace e vincente. E tuttavia non può e non deve sfuggire che la operazione messa in campo da M5S e Lega sia molto meno rozza di come quasi tutti cercano di raccontare. La sua denigrazione e la sua ridicolizzazione nascondono l’incapacità di comprendere che i due stanno provando a stravolgere lo schema, imponendo lo scontro popolo vs élite. Non è un caso che Di Maio abbia descritto il prossimo premier come un “amico del popolo”. Bisogna stare attenti, perché se questa operazione riesce (cosa che sta accadendo in larga parte dell’Europa) bisognerà scegliere da che parte stare. In estrema sintesi, prescindendo dall’ingresso o meno nel governo, la scelta di campo a cui siamo chiamati è mantenere o meno l’asse con Salvini, oppure preferire apparire collocati con Berlusconi col rischio serio di essere percepiti come un’appendice delle élite nulla, rilevando distinguo e prese di distanza”.
Mainiero ha ben chiaro il rischio che corre Fratelli d’Italia: “La tentazione di collocarci alla destra di Forza Italia e di rappresentare la Destra della coalizione senza la Lega è un effetto ottico.Lo schema nella dinamica elettorale oggi non è destra vs sinistra nella loro declinazione novecentesca, ma élite vs Popolo e noi rischiamo di essere risucchiati dalle élite nonostante noi siamo i loro naturali avversari”.
Concorda con l’oppositore numero uno dell’amministrazione Landella, anche il sovranista Bruno Longo: “Diciamo che c’è uno sconvolgimento totale degli schieramenti così come li abbiamo visti prima del 4 di marzo. C’è un superamento dello schieramento destra- sinistra. Il Pd è dilaniato e Forza Italia si spegne al lumicino, almeno nei suoi rappresentanti. Resta la Meloni, che sta nell’ambito di un centrodestra. Ma il centrodestra senza la Lega ha poco da dire per le ambizioni di governo. Secondo me Meloni avrebbe fatto meglio a prendere una linea autonoma da Berlusconi. Sia a livello nazionale sia a livello locale c’è bisogno di una forza di coalizione, tuttavia FdI rappresenta ancora l’identità della destra, è l’unico partito di destra che ha una certa validità. Io avrei scelto una via cauta, avrei preso coscienza anche pubblicamente che il centrodestra è finito e che bisognava ristrutturarsi. A meno che non ci sia un programma, non dietrologico, del partito del popcorn. Per come la vedo io stiamo vivendo cambiamento simile a quello del crollo del muro di Berlino, c’è stata una rivoluzione, è un momento epocale di cambiamento degli assetti politici. Tutto è partito dall’alto, con l’idea di abbattere gli ultimi elementi ideologici. Lega e M5S sono dei partiti pragmatici, popolari. Fossi stato in Meloni non avrei fatto battaglie di retroguardia”.
