Questa mattina, nonostante le fiamme di ieri sera, al Bar Saint Honoré si lavora come ogni giorno. Cornetti, caffè, espressini, brioche. I clienti sono tantissimi, e non è una novità.
I giovani titolari sono più gentili del solito. “Dobbiamo rinascere dalle ceneri, non possiamo fermarci, stiamo solo lavorando. È un nostro diritto”, dice a l’Immediato la cassiera, sorella di uno dei due soci.
Giuseppe e Antonio Grasso sono nel laboratorio che sforna migliaia di cornetti, che per tanti foggiani sono i migliori della città. Di notte e al mattino.
“‘Passione e tradizione ci guidano verso l’innovazione’, abbiamo fatto stampare questa frase sui nostri tovagliolini. I danni sono ancora da stimare. Abbiamo dormito molto poco, siamo stanchi, ma oggi la solidarietà della città è stata grande”.
Due soci più la sorella collaboratrice e 9 dipendenti. Il Saint Honoré è una realtà giovane.

“L’anno scorso abbiamo rinnovato il locale e c’è stato un incremento importante della clientela. Ma non abbiamo mai abbassato la qualità, anzi. Noi lavoriamo bene, cerchiamo di dare il massimo anche se lo spazio è diventato troppo piccolo, ma dopo quello è accaduto, forse possiamo dire che non vale la pena a Foggia. Si potrebbe fare tanto di più. Abbiamo fatto un investimento importante, tante persone pensano che i soldi cadano dal cielo, ma invece stiamo ancora pagando i debiti. Lavoriamo e paghiamo, eppure dobbiamo sopportare tutta questa invidia”.
I soci sottolineano di “aver sempre aiutato chi è in difficoltà”. “Siamo contenti se gli altri lavorano e si propongono nuovi obiettivi”, è il commento.
Non avete mai pensato di aprire altri bar col vostro brand in altri quartieri della città? “Sarebbe bello, ma noi siamo abituati a fare passi piccolini, brevi brevi non più grandi della gamba, non possiamo indebitarci. Né ci interessa diventare un bar di tendenza, anche se lo siamo ormai da 10 anni. Il bar nasce nel 1982 da mio padre e i suoi fratelli”, racconta Antonio.”Giuseppe Grasso, mio zio era l’amministratore, mio padre Francesco Paolo e Salvatore l’altro fratello i pasticceri. Nel 2000 mio zio è morto, a 47 anni. Poi anche mio padre, Salvatore si è pensionato”.
Siete voi oggi a recuperare la tradizione della pasticceria? “Dire che siamo pasticceri è una parola grossa. Il pasticcere era unico e solo e si chiamava Giuseppe Grasso“.