I clan camorristici dietro la gestione dei servizi di onoranze funebri a Castellammare di Stabia (Napoli) attraverso ”il consolidamento ed il mantenimento di una gestione monopolistica, tale da impedire l’ingresso ad altre imprese concorrenti presenti sullo stesso territorio o su territori limitrofi”. È quanto hanno appurato gli inquirenti svelando un legame tra Alfonso Cesarano (arrestato e condotto in carcere), già coinvolto in precedenti indagini, e i clan camorristici, rilevando l’ingerenza della criminalità organizzata stabiese anche nel settore dei servizi funebri, fino a fare emergere l’esistenza di taciti accordi tra le imprese di onoranze funebri operanti sul territorio al fine di determinare vere e proprie ”competenze territoriali”, dalle quali non era possibile sconfinare per non alterare gli equilibri imposti dall’organizzazione criminale.
Gli arrestati
I carabinieri del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata hanno eseguito un’ordinanza di applicazione della misura cautelare della custodia cautelare in carcere e degli arresti domiciliari emessa dall’ufficio gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, nei confronti di Alfonso Cesarano (classe 58), Saturno Cesarano (classe 61), Alfonso Cesarano (classe 57), Giulio Cesarano (classe 61), Catello Cesarano (classe 89) e Michele Cioffi (classe 75), ritenuti responsabili a vario titolo di concorso nel trasferimento fraudolento di valori, con l’aggravante dell’aver commesso il fatto per agevolare il raggiungimento delle finalità illecite dell’associazione di tipo mafioso denominata clan D’Alessandro, nonché avvalendosi della forza intimidatrice di questa organizzazione.
La figlia del re dei funerali
Il Mattino di Napoli ha citato anche la figlia del “re dei funerali”, Clelia Cesarano (non coinvolta nell’inchiesta): la donna – all’epoca brillante studentessa di giurisprudenza, oggi giudice a Foggia – aveva avuto alle sue dipendenze in maniera fittizia (e molto probabilmente inconsapevole) l’affiliato al clan che successivamente uccise un consigliere comunale. Ancora intrecci tra imprenditoria e camorra a Castellammare di Stabia, con legami pericolosi che fanno emergere inquietanti accordi tra malavita organizzata e colletti bianchi. Tutto in cambio del ‘monopolio’ nella gestione degli affari, senza avere problematiche di nessun tipo. Stavolta, il settore finito nel mirino della Direzione distrettuale Antimafia di Napoli è nuovamente quello delle agenzie funebri dei Cesarano”
Il gip Giovanna Cervo ha disposto pure il sequestro preventivo di 7 milioni e mezzo di euro – tra quote societarie, attrezzature e mezzi – della Servizi Funebri srl di Castellammare e Impresa Funebre Cesarano srl di Scafati e Vico Equense, nominando un amministratore giudiziario.
“La ‘vicinanza’ di Alfonso Cesarano al clan D’Alessandro era emersa dalle intercettazioni telefoniche e in diversi interrogatori dei collaboratori di giustizia – scrive ancora il Mattino di Napoli -. Il più dettagliato è quello fornito da Renato Cavaliere, il killer del consigliere comunale Gino Tommasino, che ha raccontato agli inquirenti come nel 2006 fosse riuscito ad ottenere il permesso per uscire dal carcere in anticipo. ‘Mi serviva un lavoro, Alfonso Cesarano mi fece assumere come guardiano a Gragnano. Mi dava 2800 euro al mese per 12 ore di lavoro in una villa che doveva essere trasformata in un locale, ma non sono mai iniziati i lavori. Dopo qualche settimana non sono più andato a lavorare’. Quell’edificio fatiscente era gestito da una srl, Villa Clelia, con sede a Scafati, società al 50% di Giulio e Clelia Cesarano, rispettivamente fratello (amministratore) e figlia (oggi magistrato, all’epoca appena maggiorenne) del re dei funerali. Contattata telefonicamente, Clelia Cesarano ha preferito non commentare l’intera vicenda nella quale, è bene precisarlo, non risulta indagata. Il suo nome compare tra i proprietari di Villa Clelia, casa della nonna che lei sostiene fosse stata ereditata dal papà. Dell’assunzione di un camorrista probabilmente neanche era a conoscenza, mentre suo zio Giulio ha più volte certificato con i carabinieri che Cavaliere fosse il guardiano della villa disabitata, nonostante i controlli fotografassero un edificio fatiscente e, soprattutto, all’Inps non risultasse nessun contratto depositato. Un escamotage che aveva permesso ad un elemento di spicco del clan D’Alessandro di lasciare il carcere anzitempo e tornare a Castellammare, come sua ammissione, per guidare la cosca. Ha continuato ad usufruire del permesso per un altro anno, nonostante non lavorasse più a Villa Clelia e qualche mese dopo – siamo nel 2008 – Renato Cavaliere è tornato formalmente libero, ha continuato ad imporre il pizzo a diversi imprenditori stabiesi (tra cui gli stessi Cesarano) e nel 2009 ha guidato il commando di killer del clan D’Alessandro in alcuni omicidi di camorra, tra cui quello eclatante del consigliere comunale del Pd Gino Tommasino“.
