Spunta un complice dietro Erjon Rameta conosciuto negli ambienti della malavita come “Antonio l’albanese”, indicato dal pentito della mafia foggiana, Carlo Verderosa come uomo a disposizione dei clan. Lo raccontano le indagini sulla bomba al pub “Poseidon”, di via Ciancarella 8, lo scorso 12 novembre. Uno dei primi attentati che hanno afflitto la città di Foggia a seguito dei quali il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ha deciso per l’istituzione della D.I.A. ed il potenziamento degli organici delle forze di polizia.
Filmati, intercettazioni, dichiarazioni testimoniali, operazioni peritali e riscontri sono alla base del lavoro investigativo effettuato dalla squadra mobile foggiana e dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, sotto il coordinamento dei magistrati inquirenti della Procura della Repubblica di Foggia e della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari.
Le immagini registrate dai vari sistemi di videosorveglianza hanno consentito di ricostruire i movimenti dell’attentatore solitario, il quale giunse sul luogo dell’agguato a piedi e con uno zaino sulle spalle. Indossava un giubbotto scuro con delle strisce bianche sulle maniche. Le strade percorse erano quelle del centro storico. Attraversò Corso Vittorio Emanuele. Era buio, le vie deserte e bagnate dalla pioggia luccicante sotto i fari.
L’ordigno esplose alle ore 1,50, squarciando il silenzio della notte con un boato impressionante che terrorizzò tutta la popolazione circostante. L’onda d’urto investì l’esercizio commerciale e le unità immobiliari vicine, provocando gravi danni.
Subito dopo l’esplosione, le telecamere ripresero il presunto attentatore mentre scappava a gambe levate, senza più lo zaino dove, verosimilmente, aveva nascosto l’ordigno. Strada facendo rallentò il passo continuando a camminare tra le vie. Era deciso, sapeva dove andare. Poi entrò in vico Aquila. In seguito, all’improvviso, uscì nuovamente da quella stessa viuzza. Erano le 2,18. Questa volta non era solo, ma in compagnia di un altro uomo dai capelli brizzolati. I due scesero le scale che conducono a via Fioritto e raggiunsero la sede stradale.
Poco dopo, su quest’ultima strada, le telecamere rilevarono il passaggio di una utilitaria di colore grigio. L’auto procedeva lungo le vie cittadine sino a raggiungere via Manzoni. Dopo alcuni minuti ritornò indietro, al punto di partenza, e venne parcheggiata vicino a vico Aquila. Il conducente era solo, scese dal veicolo, lo chiuse e rientrò a casa propria.
Fu la svolta. Difatti, gli investigatori identificarono l’uomo brizzolato: è un pregiudicato di 42 anni, residente in quel vicolo e proprietario dell’autovettura ritratta nelle immagini.
Nei giorni successivi l’uomo venne ascoltato dagli inquirenti ma, in prima battuta, negò tutto riferendo che quella notte non uscì da casa. Quando gli vennero contestati gli spostamenti dell’autovettura, documentati pure dal tracciamento elettronico della “scatola nera” dell’automezzo, cambiò versione diventando più collaborativo.
Raccontò di avere ricevuto nottetempo la visita di un uomo conosciuto in carcere durante un periodo di detenzione, di cui ricordava solo il nome “Antonio”, che gli chiese di essere accompagnato in auto alla fine di via Manzoni.
I riscontri successivi all’acquisizione della prova testimoniale consentiranno di appurare i periodi di carcerazione dell’uomo e, attraverso essi, di individuare “Antonio”, cioè il presunto autore dell’attentato. Difatti, i due uomini avevano sofferto un contestuale periodo di detenzione presso la Casa Circondariale di Foggia, tra il 2014 e 2015.
Accertato inoltre che la madre del presunto attentatore abita in una piazzetta sita a pochi passi da via Manzoni. La casa della mamma, la sua casa. Qualche giorno dopo l’accompagnatore venne riascoltato per l’individuazione fotografica ma il teste restò sulle sue, dichiarando di non riconoscere “Antonio” tra le fotografie mostrate.
Ma non finisci qui. Difatti, l’uomo, dopo avere espletato l’atto giudiziario, si mise in contatto con due suoi fidati amici i quali, proprio quella stessa sera, andarono a casa di “Antonio” con cui si intrattennero per qualche minuto.
E guarda caso, da quel giorno il principale indiziato dell’attentato dinamitardo scomparve, lasciando la sua abitazione, facendo perdere momentaneamente le proprie tracce, fino a quando, la mattina di martedì scorso, è stato individuato dalla Polizia di Stato ed arrestato.