Un caso decisamente raro, quello di D.S., 50enne foggiana sottoposta a misura cautelare il 4 settembre del 2019. Incensurata, onesta lavoratrice, accusata in fase di separazione dal marito di maltrattamenti a danno suo e delle figlie, fu sottoposta alla misura cautelare del divieto di avvicinamento alla propria famiglia. Riuscì a vedere le figlie solo dopo alcuni mesi, nel corso di colloqui protetti presso il consultorio ASL.
Ma oggi, dinanzi al giudice Domenico Zeno, dopo aver chiesto di essere giudicata con rito abbreviato, la 50enne è stata assolta con formula piena “perché il fatto non sussiste”. Il pm aveva invece chiesto una condanna a tre anni di reclusione.
E invece, nessuna violenza, nessun maltrattamento. Solo banali liti familiari, in cui non ci sono carnefici e vittime. Le motivazioni dell’assoluzione saranno note fra tre mesi, ma la formula utilizzata dal giudice non lascia molto spazio all’interpretazione.
L’avvocato Michele Vaira, difensore dell’imputata, esprime la sua soddisfazione in una nota stampa: “La mia assistita è stata sottoposta alla più dura, violenta e mortificante misura cautelare che una mamma possa subire, ossia l’allontanamento forzato dalle proprie figlie. Che, dal suo punto di vista, è stato peggio del carcere.
Abbiamo dimostrato, a mezzo di corpose indagini difensive, che nei mesi di convivenza forzata la mia assistita è stata sottoposta a continue provocazioni, spiata e controllata a mezzo di videocamere occultate.
Paradossalmente, e per nostra fortuna, la calunniosità delle accuse (ritenute non sussistenti dal gup) è stata provata anche mediante l’utilizzo dei filmati raccolti dal marito, che non ha esitato a coinvolgere le figlie minorenni in tale attività, realizzando una vera e propria alienazione parentale.
La strumentalità della denuncia formulata contro la mia assistita – continua Vaira – è emersa in tutta la sua evidenza. Capita spesso, purtroppo, che in fase di separazione giudiziale le denunce penali vengano utilizzate come armi improprie per orientare le decisioni in materia di collocamento dei figli minori. Ma la verità, prima o poi, emerge in modo prepotente, come nel caso di oggi”.
Secondo il legale foggiano “andrebbe fatta una seria riflessione sulle conseguenze dell’introduzione del ‘codice rosso’. La previsione di tempistiche estremamente contingentate per l’esecuzione delle indagini e l’adozione dei provvedimenti da parte della magistratura, se da un lato garantiscono la tempestività dell’intervento dell’Autorità, dall’altro compromettono la necessaria ponderazione delle accuse”.
