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Home » “Caterino? Uno studioso di mafia, non organico al clan”. Al via l’appello per il basista di San Marco. La tesi della difesa

“Caterino? Uno studioso di mafia, non organico al clan”. Al via l’appello per il basista di San Marco. La tesi della difesa

Di Francesco Pesante
14 Maggio 2021
in Inchieste
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“Caterino? Uno studioso di mafia”. È una delle motivazioni depositate nel ricorso in appello di Giovanni Caterino, condannato in primo grado all’ergastolo con l’accusa di essere il basista della strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017. Quel giorno tre killer incappucciati uccisero il boss di Manfredonia Mario Luciano Romito, il cognato Matteo De Palma e i contadini Aurelio e Luigi Luciani. Il prossimo 10 novembre partirà il processo d’appello su quella mattanza, una delle più sconvolgenti nella storia criminale della provincia di Foggia (Qui lo speciale di “Mappe Criminali”).

Nessun ripensamento o pentimento da Giovanni Caterino, 40enne manfredoniano detto “Giuann Popò”; l’uomo, incasellato dagli inquirenti nel clan Li Bergolis-Miucci-Lombardone, continua a professarsi innocente e non avrebbe nessun motivo per iniziare a collaborare con la giustizia. Sono molteplici i punti oggetto dell’impugnazione contestati dai legali di Caterino. Innanzitutto, gli avvocati ritengono il loro assistito assolutamente estraneo al gruppo criminale dei montanari tanto da chiedere l’assoluzione con formula piena: “…Sarà anche un esperto o uno studioso della malavita, ma ciò non comporta la sua appartenenza“.

Al contrario, secondo la linea difensiva, il boss Mario Luciano Romito sarebbe stato eliminato da frange interne, in quanto lo stesso “non era amato da nessuno tranne che dai suoi sodali più stretti, come Ferro Luigi e Gentile Pio Francesco, che lo avevano messo in guardia da chi invece sottovalutava”. Ed anche le frequentazioni di Caterino con Angelo Tarantino e della Masseria Scola (situata vicino al luogo dove i killer bruciarono l’auto usata per l’agguato) nulla avrebbero a che vedere, secondo i difensori, con la strage di San Marco. Inoltre, traspare dalle trascrizioni peritali una captazione ambientale presso l’autorimessa Manzella (rit. 2176/17) del 4 aprile 2018 nella quale si legge che i killer, presi dall’allegrezza dell’impresa compiuta, spararono per errore un colpo di kalashnikov che sfondò la carrozzeria e la ruota; per questo furono costretti a scappare “campagne campagne”, andarono a San Nicandro (e non alla Masseria Scola…) dove hanno “pigliato” una macchina e “due se ne sono andati a Foggia e due se ne sono andati a Monte”. Riguardo ad Angelo Tarantino, i legali spiegano che Caterino era un amico con il quale commerciava prodotti caseari, ragione per cui fecero un viaggio al nord.

E poi assolutamente comprensibile – secondo la tesi del ricorso in appello – che Caterino si preoccupi, vista la sua amicizia, dei fratelli Bergantino quando seppe che erano stati convocati dai carabinieri. “In sentenza si fa riferimento ad una captazione ambientale (n. 14289 del 13.02.2018) nell’ufficio dei Manzella in cui si dice che un certo Giovanni (che la Corte individua in Caterino) ‘ha fatto da palo’, ma questi non è certo l’imputato”.

Come in un revival, sin dal maxi-processo “Iscaro-Saburo” alla mafia garganica, anche per il processo Caterino spuntano gli stessi periti fonici dell’epoca: per l’imputato è il noto Antonio Cotrufo mentre per la Corte Aldo Gallo, entrambi processati per falsa perizia ma poi assolti. Tutto ruoterebbe attorno ad una parola (“bastarda”) che Caterino avrebbe proferito nel rivedere, insieme a Giuseppe Bergantino classe 1970, la telecamera che riprese le auto che pedinavano il maggiolone di Romito la mattina della strage. Il termine sarebbe riferito ad una “traversa bastarda”, un incrocio pericoloso, e non ad una telecamera.

Ancora più singolare è la spiegazione che forniscono i legali di Caterino quando quest’ultimo mostrava preoccupazione temendo un suo imminente arresto; l’indagato si definiva ormai una “bomba atomica”. Nell’appello questa frase viene rideterminata: “…è certamente riferita al cibo ed al fatto di aver mangiato troppo”. Il fatto, poi, che persone vicine all’imputato sapessero del suo presunto ruolo, sarebbe riconducibile a conversazioni scherzose da “non meritare attenzione alcuna”. Caterino era ormai sempre più confuso ed ansioso perché ormai “con il passare del tempo tutti (l’intera popolazione di Manfredonia, ndr) si convincono sempre più di un suo coinvolgimento di Caterino nel fatto di sangue”. Irrilevante, sempre secondo la difesa, l’agguato subito da Caterino il 18 febbraio 2018 da parte di chi voleva fargliela pagare per la strage: forse il clan rivale o “forse altri, un socio in affari deluso o tradito, un marito tradito, etc“.

Una tesi difensiva in netto contrasto con la sentenza di primo grado della Corte d’Assise di Foggia che a pagina 89 riporta: “Non assumono rilievo le giustificazioni avanzate dalla difesa, ritenendo che le preoccupazioni manifestate dal Caterino fossero comuni a gran parte dei cittadini di Manfredonia, i quali avrebbero temuto di essere sottoposti ad indagini erroneamente, tenuto conto del clamore mediatico e delle imponenti attività investigative messe in campo per individuare i soggetti coinvolti nel quadruplice omicidio. Si è in presenza, in verità, di una ricostruzione non condivisibile, risultando alquanto inverosimile ed eccentrica la tesi che tutti i cittadini di Manfredonia temessero, proprio come il Caterino, di essere indagati, pur essendo lontani dal mondo della criminalità organizzata“. (In alto, da sinistra, Caterino, Romito, De Palma e i fratelli Luciani; sullo sfondo, il luogo della strage) >>> Clicca qui – Lo speciale di Sky sulla “Quarta Mafia” <<<

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Tags: garganoGiovanni Caterinomafia strage San Marco
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