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Home » Non la fanno abortire al Riuniti di Foggia (“è visto come un omicidio”), la testimonianza: “Madre distrutta psicologicamente”

Non la fanno abortire al Riuniti di Foggia (“è visto come un omicidio”), la testimonianza: “Madre distrutta psicologicamente”

Di Redazione
17 Maggio 2021
in Sanità
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ciao ciao: "" -

Un aborto complicato e la denuncia, seppure via social, dell’esperienza negativa vissuta al Policlinico Riuniti di Foggia. Solo grazie al supporto del gruppo “Staffette per l’Aborto” Maria (nome di fantasia, Ndr) è riuscita, dopo mille difficoltà, ad effettuare un aborto terapeutico. A raccontare la vicenda, una parente che ha seguito tutti i passaggi di “questo percorso pieno di ingiustizie nel mondo sanitario e dell’obiezione”.

“Tra i mesi di febbraio e marzo – ricorda –, Maria ha scoperto di essere incinta ma non volendo portare avanti la gravidanza si è presentata in ospedale, al Riuniti, per l’interruzione entro il terzo mese con tanto di referto della ginecologa. La dottoressa del reparto, la sola indicata ad autorizzare la procedura l’ha mandata indietro perché oltre il terzo mese di gravidanza. Eppure, non era così. Dopo essere rientrata a casa, il proposito era quello di presentarsi dopo qualche giorno. Purtroppo, la tensione e la situazione non ha permesso né a lei né ai miei zii di essere lucidi per chiamare i carabinieri. Tra una peripezia ed un’altra, la ragazza entra nel quarto mese con la stessa ferma volontà di non voler portare avanti la gravidanza. Inizia ad assentarsi a scuola, a chiudersi in sé fin quando riesce ad avere un certificato da uno psicologo per l’aborto terapeutico”.

“Quasi sollevata – prosegue -, si rivolge nuovamente al Riuniti dove la stessa dottoressa accoglie mal volentieri la richiesta di ricovero ed interruzione urgente ed inizia i suoi soliti rimproveri, a caricarla di sensi di colpa fino a sostenere che, per mancanza di anestesisti in caso di futuro raschiamento, non poteva fare il ricovero. Ovviamente, captiamo subito l’intenzione di diniego della dottoressa ed insistiamo che il ricovero venga fatto. Lei apparentemente approva e ci fa aspettare. Nel mentre, come una fuggiasca, si perdono le sue tracce visto che si sposta tra il reparto e il pronto soccorso di ginecologia. La seguiamo fino al cambio turno, mentre timbra il cartellino e se ne lava le mani dicendo che l’altra dottoressa del reparto doveva procedere al ricovero. Saliamo in reparto e il dottore di turno ci comunica che senza l’autorizzazione della dottoressa che aveva appena smontato non può fare nulla perché è ‘lei che fa quelle cose’, quasi fosse un omicidio anche solo pronunciare la parola aborto”.

“Tra una discussione ed un’altra – spiegano ancora -, i medici del reparto rimandano al giorno dopo il ricovero. Il giorno dopo la ragazza si presenta e alle 11 le fanno il ricovero, con prelievo ed elettrocardiogramma, il che sembra predire che qualcosa si stava muovendo. Successivamente, la fanno parlare con lo psicologo il quale avrebbe lasciato la decisione al medico legale. Il secondo giorno di ricovero la tengono a digiuno per tutto il giorno quasi a far capire che di lì a poco si sarebbe proceduto. Alle 18 di sera la ragazza, affamata ed esausta, decide di cenare per conto suo tanto ormai la giornata era andata. Il terzo giorno di ricovero le fanno incontrare il medico legale, unitamente allo psicologo del reparto, e la loro sentenza è che la ragazza può portare avanti la gravidanza, si presenta in bell’aspetto e non dà segni di autolesionismo. Ormai sfiduciata, amareggiata e ‘condannata’ se ne torna a casa dove la sera esplode in una crisi di urla e pianti di rabbia ed ingiustizia”.

A quel punto, i familiari decidono di contattare il gruppo di “Staffette per l’Aborto”, chiedendo “disperatamente” il nome di un dottore o struttura anche privata dove non perdere tempo. “Grazie a loro riusciamo ad approdare a Bari dove è stata finalmente seguita professionalmente ed umanamente nell’iter! – dicono -. Qui ha trovato un ambiente accogliente e tranquillizzante, lontano anni luce dall’aridità, la mancanza di professionalità ed umanità con cui si è battuta nel Riuniti di Foggia dove, anche a me che l’ho accompagnata, ha lasciato quasi il terrore. A Bari, è stata ricoverata senza neanche un giorno di digiuno e il secondo giorno ha praticato l’aborto come da normale prassi. Ora lei sta meglio, ha ripreso in mano la sua vita e anche la sua serenità. Questa esperienza indiretta a me ha dato la conferma che bisogna prendersi quello che ci spetta senza fermarsi ai primi ostacoli. Questa stessa esperienza credo che alla ragazza abbia aperto un mondo sul suo divenire donna in un mondo dove i nostri diritti ci vengono continuamente negati”. Intanto, il Policlinico di viale Pinto ha avviato una indagine interna per valutare le eventuali responsabilità.

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Tags: AbortoBariFoggiariunitiStaffette per l'Abortotestimonianza
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