Flavio D’Introno potrebbe patteggiare a due anni e 8 mesi nel processo sulla “giustizia svenduta” nel Tribunale di Trani. È quanto riporta l’edizione odierna della Gazzetta del Mezzogiorno. D’Introno, imprenditore di Corato, è il grande accusatore di alcuni noti magistrati coinvolti nella maxi inchiesta che sconvolse il mondo giudiziario pugliese. L’ex gip Michele Nardi e gli ex pm Antonio Savasta e Luigi Scimè sono già stati condannati in primo grado. D’Introno si trova in carcere a Trani dove sta scontando una condanna per usura, la stessa condanna che aveva provato ad evitare pagando tangenti. Le confessioni dell’imprenditore – ricorda la testata – sono state decisive per arrivare (gennaio 2019) all’arresto di Nardi e Savasta, ma la sentenza del processo che ha condannato l’ex gip a 16 anni e 9 mesi ha confermato che D’Introno – dapprima vittima della banda dei giudici – si è poi trasformato in loro complice: anche per questo la Procura di Lecce non intende concedere all’imprenditore coratino l’applicazione della Spazzacorrotti (che rende non punibile chi denuncia). Tuttavia l’accusa riconoscerebbe a D’Introno il massimo della diminuente per la collaborazione (i due terzi della pena), e – partendo dal minimo – applicherebbe un mese in più per ciascuno dei reati contestati. Il Tribunale (che ha condannato Nardi) e il gup Vergine (che ha condannato Savasta e Scimé in abbreviato rispettivamente a 10 e 4 anni) hanno ritenuto D’Introno perfettamente credibile, circostanza di cui l’accusa può tenere conto anche in una prospettiva di economia processuale: l’alternativa al patteggiamento sarebbe infatti un processo-ter sugli stessi fatti di Trani, che dovrebbe portare a ri-ascoltare gli stessi testimoni e gli stessi imputati. Ecco perché la difesa insiste per rimanere sui due anni. (In alto, Michele Nardi e Flavio D’Introno)
