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Home » La crisi economica della mafia foggiana, lo sfogo di Tizzano e il pentimento di Verderosa: “Basta, volevo una vita più serena”

La crisi economica della mafia foggiana, lo sfogo di Tizzano e il pentimento di Verderosa: “Basta, volevo una vita più serena”

Di Francesco Pesante
29 Giugno 2021
in Inchieste
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ciao ciao: "" -

È uno dei maggiori pentiti della mafia foggiana e con le sue dichiarazioni sta dando una grossa mano agli inquirenti. Si tratta di Carlo Verderosa, ex esponente del clan Moretti-Pellegrino-Lanza della “Società Foggiana”, collaboratore di giustizia da circa due anni. Nella sentenza del processo di primo grado “Decima Azione”, sono pubblicate alcune delle testimonianze di Verderosa che al giudice spiegò per filo e per segno i motivi alla base del pentimento.

Giudice: “Senta, perché ha deciso di uscire da questo contesto?”

Verderosa: “Perché avevo letto sulle carte di Decima Azione che dovevo essere ammazzato, per cambiare, per fare una nuova vita”

Giudice: “Come aveva saputo che la volevano ammazzare?”

Verderosa: “L’ho letto sulle carte di Decima Azione, quando arrestarono Albanese Giuseppe”

Giudice: “Queste carte lei come ha potuto leggerle? Lei non era imputato in…”

Verderosa: “Stavamo in cella insieme”

Giudice: “E chi è che la voleva ammazzare?”

Verderosa: “Franco Tizzano e Massimo Perdonò”

Giudice: “E per quale motivo?”

Verderosa: “Diciamo che avevo speso un po’ di parole, loro avevano detto che avevo speso un po’ di parole per il fatto che fumavo degli spinelli con Villani e non volevano questa cosa… E perchè ritenevano Villani che aveva ammazzato il nipote di… il cugino di Franco Tizzano”

Giudice: “Cioè? Chi aveva ammazzato?”

Verderosa: “A Roberto Tizzano”

Giudice: “Sta riferendo dell’attentato del bar H24?”

Verderosa: “H24, si”

Il riferimento è all’agguato mafioso del 29 ottobre 2016 quando nel bar H24 di via San Severo venne ucciso il 21enne Roberto Tizzano e ferito il coetaneo Roberto Bruno, un’azione di fuoco ordinata da Francesco Sinesi per vendicare il tentato omicidio del padre Roberto, scampato alla morte il 6 settembre precedente mentre era in compagnia della figlia e del nipote di 4 anni, quest’ultimo rimasto gravemente ferito insieme al nonno.

Villani detto “il primitivo”, originario di San Marco in Lamis, è stato condannato a 30 anni per quell’agguato, ritenuto uno degli esecutori materiali. Verderosa: “Si parlava che parlavo troppo e, quando uscivo, di ammazzarmi, così si toglievano il problema. Erano preoccupati del mio pentimento, che mi potessi pentire”. Poi ancora su Villani: “Mi dicevano: ‘Ha ammazzato a un bambino e tu ti metti a fumare gli spinelli insieme?’. Per questa cosa se l’erano presa”.

Anche questioni economiche dietro il pentimento, ma soprattutto la voglia di una vita tranquilla: “Volevo fare una vita più serena, più tranquilla, per fare stare più tranquilla mia madre che ero uscito dai reati”. Sui soldi: “Mi avevano tolto lo stipendio, sono stato 12-14 mesi senza prendere lo stipendio”. Fu Albanese ad aiutarlo: “Mandò una lettera a Nicola Valletta (secondo Verderosa uno dei cassieri del clan, ndr), diceva: ‘Aiuta a Carlo, aiutiamo a Carlo che è nostro fratello. Non sbaglia più, mò sta con me’… e mi sistemò, diciamo, 500 euro al mese”.

In alto, Tizzano e Gatta; sotto, Verderosa e Villani; sullo sfondo, un’immagine tratta dal programma di Tv8 “Mappe Criminali”

I problemi economici della Società Foggiana

Crisi anche nella malavita e stipendi ridotti all’osso. Spunta anche questo nella sentenza “Decima Azione”. C’è chi arrotondava per conto proprio come spiegato da Verderosa agli inquirenti nel fornire dettagli su un tariffario sequestrato ai Moretti. Ernesto Gatta, un membro di rilievo della batteria, intascava dai vertici 500 euro al mese: “Questo perché Ernesto prende del denaro in più da S.M., un abbigliamento di Foggia. Erano 1000 che se le divideva con Tonino Miranda, 500 e 500″.

Difficoltà negli incassi espresse anche da Franco Tizzano che così si sfogava con il sodale Francesco Abruzzese: “Ho detto mi sono rotto i coglioni… quanti ne siamo in mezzo alla strada 10… qua le cose non vanno bene e qua ogni mese non basta per gli stipendi… che stiamo facendo ci stiamo… rifornendo alla media di 6-7mila euro… e non ci riusciamo a coprire… altrimenti si deve riportare gli stipendi (si devono abbassare gli stipendi) a chi 1200… a chi 1000 a chi 800, a chi 1300… cioè hai capito?… allora senza che facciamo di nuovo… ho detto… o ci diamo da fare… perché a stare 10 persone fuori… ah… a stare con le mani così e che si muovono sempre gli stessi… non va bene… perché io sono andato da Donatacci… sono andato da Ruggiero… pure al Caffè dell’Alba sono andato… sono andato da Telesforo che mi ha denunciato… a me… Telesforo mi ha denunciato”.

Per gli inquirenti “è talmente importante ai fini della stessa sopravvivenza del clan il patto di mutua assistenza tra i consociati, che per effetto della sua forza vincolante vengono accantonati (momentaneamente) anche gli insanabili conflitti tra esponenti delle diverse batterie (si pensi all’odio atavico che oppone i Sinesi ai Lanza)”.

“Inutile ribadire l’importanza, ai fini della prova dell’affectio societatis – si legge ancora in sentenza -, del metodico rispetto da parte degli esponenti della ‘Società Foggiana’ (a prescindere della batteria di appartenenza) degli oneri connessi alla divisione dei proventi delle attività illecite, del sostentamento dei sodali detenuti (e delle rispettive famiglie) e dell’assistenza legale loro garantita: il denaro corrisposto ai detenuti, infatti, costituiva il segno tangibile della partecipazione organica al sodalizio, cementando senso di appartenenza, escludendo — di fatto — il senso di abbandono dei sodali in carcere, impedendo (o comunque limitando) in tal modo il loro recesso dalla compagine criminale e, soprattutto, propositi di collaborare con la giustizia. Anzi, gli esponenti della “Società Foggiana” partecipavano la vita carceraria continuando a perseguire, anche da detenuti, le stesse finalità illecite, senza mai smarrire il loro senso di appartenenza al sodalizio. Pertanto, gli elementi innanzi descritti attestano la mafiosità della ‘Società Foggiana’ ed evidenziano la rigida osservanza da parte di ciascun adepto alla consolidata regola di mutua assistenza dei sodali in carcere, con assunzione delle spese necessarie per il loro mantenimento e quello dei familiari, oltre che delle spese legali”.

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Tags: Mafia foggianapentitotizzanoVerderosa
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