Manfredoniani, lucerini, cerignolani e calabresi. Un gruppo variegato per il colpo al caveau della Mondialpol nel Bresciano. Spuntano nomi noti agli inquirenti nell’inchiesta che una settimana fa è culminata con l’arresto di 31 persone. Tra i capi i cerignolani Tommaso Morra e Giuseppe Iaculli. Secondo le indagini, i due sarebbero partiti da Cerignola ad ottobre 2021 per ulteriori approfondimenti sul bersaglio da colpire. Ma in auto avevano già una cimice a monitorarli. Gancio in Lombardia, il calabrese Giuliano Franzè. Obiettivo della trasferta, effettuare un sopralluogo al deposito di denaro di Calcinato, in provincia di Brescia. Infine, la sosta in un agriturismo e il ritorno in Puglia per studiare il piano. Era ormai tutto pronto, ma il commando non aveva fatto i conti con la Polizia di Stato che ha fatto irruzione nel quartier generale dei criminali, sventando il colpo.
Nel mirino di Morra e soci c’era il caveau dell’istituto di vigilanza Mondialpol con all’interno un bottino da sogno: 8 milioni di euro. Sugli arrestati gravano accuse pesantissime: associazione per delinquere finalizzata alla rapina, tentata rapina pluriaggravata, detenzione di armi da guerra e ricettazione. Tutti reati aggravati dal metodo mafioso.
Gli uomini finiti in manette, oltre a Morra e Iaculli, sono Vincenzo Carbone, Gerardo Conversano, Luigi Dalessandro, Francesco Gaeta, Giancarlo Lombardi, Cosimo Mastrangelo, i fratelli Daniele e Raffaele Russo, Antonio Renzulli, Michele Riontino, Sergio Sabino e Gaetano Saracino. Arrestati anche i fratelli Roberto e Giuliano Franzè, ritenuti il collegamento tra i clan della ‘ndrangheta e i due dipendenti della Mondialpol, Massimiliano Cannatella e Vito Mustica, che avrebbero indicato al gruppo criminale il luogo del colpo. Agli arresti anche il lucerino Antonio Nardacchione e il pizzaiolo di Ospitaletto Claudio Cascino.

Russo, Renzulli e il contatto con il clan Lombardi
Tra gli arrestati spiccano i nomi dei manfredoniani Raffaele “Lele” Russo e Antonio Renzulli detto “Antonio u’ sicilien”, entrambi sospettati dagli inquirenti di gravitare nel mondo della malavita organizzata del Gargano. Il 14 aprile 2020 Russo e Renzulli vennero sorpresi in un casolare di Apricena in compagnia dei latitanti Francesco Scirpoli detto “Il lungo”, Angelo Bonsanto e Pietro La Torre detto “U’ Muntaner”, i primi due evasi il 9 marzo precedente dal carcere di Foggia. Con loro c’era anche Michele Lombardi alias “U’ Cumparill”, figlio dell’ergastolano Matteo. Secondo gli inquirenti, era in corso un summit mafioso per ristabilire gli assetti del clan Lombardi, attivo tra Manfredonia e Mattinata.
Quel giorno di aprile del 2020, i latitanti vennero arrestati insieme al 56enne di San Marco in Lamis, Antonio Radatti, proprietario della dimora. Gli altri, inizialmente condotti in Questura, furono rilasciati. Ma ora, per Russo e Renzulli si sono aperte le porte del carcere e dovranno difendersi da gravi accuse.
A proposito di rapine a blindati e caveau, Scirpoli e La Torre sono tuttora a processo per il tentato assalto ad un portavalori sulla SS89 (operazione “Ariete”), mentre il solo Scirpoli è stato condannato in Appello ad oltre 8 anni di carcere per il colpo alla società di trasporti “Ferrari” a Bollate in provincia di Milano. Mettere a ferro e fuoco le strade italiane è ormai una “specialità” del clan in questione.
Tutti i nomi
Un piano paramilitare a cui, stando al pm Paolo Savio, ci avrebbero lavorato per mesi pugliesi e calabresi capeggiati da Tommaso Morra, Giuseppe Iaculli e Giuliano Franzé. Con loro in cella Antonio Attini, Cosimo Carbone, Claudio Giuseppe Cascino, Gerardo Conversano, Michele Cotugno, Luigi Dalessandro, Roberto Franzé, Giuseppe Fratepietro, Francesco Gaeta, Giancarlo Lombardi, Cosimo Mastrangelo, Antonio Nardacchione, Francesco e Giovanbattista Pelullo, Daniele e Raffaele Russo, Antonio Renzulli e Michele Riontino, Sergio Sabino e Gaetano Saracino, Gianfranco Sgaramella, Jetmir Smakaj, Emilio Vurchio, Arcangelo Zamparino. Quasi tutti i rapinatori avevano un curriculum specializzato in assalti simili, che si erano divisi i compiti, in vista di un lauto compenso.