Disavventure sanitarie a Foggia. Un cittadino racconta che verso le ore 22 del 2 dicembre si è recato con la moglie presso il Pronto soccorso cittadino per poter sottoporre a cure il figlio di otto anni che presentava una profonda ferita al dito con fuoriuscita copiosa di sangue.
“Nulla di grave evidentemente – scrive -, soprattutto rispetto a quello che ci attendeva all’arrivo all’ospedale. Ed infatti, arrivati nei pressi dell’area del nosocomio innanzitutto ci trovavamo di fronte alla desolazione più assoluta: buio pesto, nessuno a cui chiedere informazioni e mancanza di indicazioni chiare che nella concitazione del momento avrebbero potuto condurci immediatamente davanti alla accettazione. E invece, la presenza di indicazioni contrastanti mi induceva a recarmi presso il vecchio pronto soccorso che trovavo chiuso, senza nessuno che potesse dare indicazioni su dove recarmi. Arrivato finalmente all’accettazione ad accogliermi, in un contesto quanto mai squallido e degradato, non trovavo praticamente nessuno: gli operatori presenti erano impegnati nel cambio turno e quindi avevano solo il tempo di dirmi che avremmo dovuto attendere lì, al freddo, l’esecuzione dei tamponi prima di entrare nella sala di attesa del pronto soccorso”.
Poi spiega: “Nessuno ha chiesto le nostre generalità e nessuno ha nemmeno guardato il dito di mio figlio che intanto continuava a sanguinare. Con noi nella stessa situazione si trovavano solo altre due famiglie con bambini ancora più piccoli del mio in condizioni certamente più allarmanti e la cui permanenza al freddo era evidentemente ancora più inopportuna trattandosi di minori con febbre e tosse. Chiedevamo agli operatori, un uomo e una donna che si qualificavano come infermieri, se i bambini non avessero la priorità. Ci veniva risposto che la priorità per i minori era prevista solo il sabato e la domenica! Attendevano nervosamente che qualcosa si muovesse, facendo le nostre rimostranze agli infermieri i quali però si limitavano ad alterarsi e a rispondere che occorreva attendere, senza specificare cosa. In particolare chiedevo agli operatori di sapere quanto fosse ancora necessario aspettare per effettuare il triage ed avere qualcosa di scritto in cui si dicesse quale fosse l’urgenza e quanto bisognasse attendere. Insomma che attestasse che qualcuno avesse preso in carico la situazione. Ed invece continuavamo ad attendere invano, al freddo, senza poter entrare nella sala di attesa. A quel punto decidevo di chiamare le forze dell’ordine al fine di denunciare e far verificare la situazione”.
“Nell’attesa della volante della polizia, venivano finalmente presi i dati al bambino e effettuato il tampone. Era ormai passata più di un’ora dall’arrivo all’accettazione e finalmente potevamo accomodarci in sala di attesa dove intorno alle 23.00 venivano finalmente formalmente prese le informazioni per il triage. Arrivavano quindi le forze dell’ordine le quali innanzitutto constatavano che all’interno del gabbiotto della accettazione non c’era momentaneamente nessuno. Poco dopo cominciavano ad acquisire le informazioni dai presenti e improvvisamente tutto funzionava decentemente. Mio figlio veniva medicato e gli altri bambini visitati. All’una di notte circa eravamo di ritorno a casa”.
