“Mio fratello studia all’università e lavora per il Ministero” ha dichiarato in un’intervista Libera Scirpoli, l’ex segretaria del Pd di Mattinata, compagna del sindaco di Manfredonia Gianni Rotice e sorella del boss Francesco Scirpoli detto “Il lungo”, elemento di spicco del clan mafioso garganico Lombardi-Scirpoli rivale dei potenti Li Bergolis-Miucci-Lombardone. Stando alle parole della donna, pronunciate a statoquotidiano.it, il fratello sarebbe stato trascinato sulla cattiva strada da amicizie sbagliate ma, in fondo, “è una persona normale, debole, con un carattere non tanto diverso dal mio”.
Così “normale” e “debole” che a 40 anni figura già nelle più importanti inchieste antimafia dell’ultimo ventennio, su tutte “Iscaro-Saburo” (2004), maxi blitz dei carabinieri che certificò per la prima volta l’esistenza della mafia garganica e “Omnia Nostra”, operazione di dicembre 2021, sempre dei cc, sfociata in un processo a carico di 45 persone tra cui Scirpoli, indicato dagli inquirenti tra gli elementi apicali del clan per la frangia di Mattinata. L’uomo è già in carcere, ad Agrigento, con una condanna definitiva a 8 anni e 4 mesi di reclusione (rito abbreviato) per l’assalto con i kalashnikov ad un portavalori a Bollate in provincia di Milano. Lui, Antonio Quitadamo detto “Baffino” (oggi pentito) e alcuni esponenti di rilievo della mala cerignolana e della Bat saccheggiarono un blindato portando via milioni di euro in gioielli. Tipiche azioni di persone “normali”, insomma.
Ma non è tutto: recenti inchieste hanno evidenziato il suo ruolo nell’evasione del 9 marzo 2020 dal carcere di Foggia. Scapparono 72 detenuti, tutti riacciuffati o costituitisi. Tra questi Scirpoli e il sanseverese Angelo Bonsanto, beccati il 14 aprile successivo in una cava di Apricena con altri membri del clan. Con loro, ad esempio, c’era Pietro La Torre detto “U’ Muntaner” o “U’ figlie du poliziot” che era già latitante da circa 18 mesi. Presente anche Michele Lombardi “U’ Cumbarill”, 31enne figlio del boss Matteo “il carpinese”. In pratica tutti gli “astri nascenti” del clan sorpresi quel giorno dalla polizia in compagnia di alcuni fiancheggiatori tra cui il proprietario del casolare Antonio Radatti, Antonio Renzulli detto “il siciliano”, Raffaele “Lele” Russo e Pietro De Lia. Difficile pensare che stessero facendo ripetizioni per qualche esame universitario, molto più probabile, invece, l’ipotesi di un summit di mafia.

Del clan “è parte integrante il pregiudicato Scirpoli – scrive la squadra mobile nel rapporto sull’arresto dei latitanti -, la cui figura assume maggiore vigore dopo i cruenti omicidi di Mario Luciano Romito e Francesco Pio Gentile (elementi di vertice di quella consorteria sino alla loro morte), fatti delittuosi riconducibili all’annosa faida garganica in atto con il clan mafioso Li Bergolis originario di Monte Sant’Angelo. La contrapposizione armata tra i due clan ha recentemente fatto registrare ulteriori cruente azioni delittuose quali l’omicidio di Pasquale Ricucci e il tentativo di omicidio di Leonardo Miucci, avvenuto nella zona industriale di Manfredonia la sera del 29 novembre 2019 e maturato, a ragione, quale vendetta per l’omicidio di Ricucci”.
Sempre a parere della squadra mobile “non di meno interesse assume la vicenda dell’evasione di massa dal carcere di Foggia”. Tutti i fuggitivi tornarono in cella nel giro di poche ore o giorni, tranne i soli Bonsanto, Scirpoli e l’ortese Cristoforo Aghilar, rintracciato qualche mese dopo. “Attesa la modalità dell’evasione, considerata la durata dello stato di latitanza, che doveva necessariamente poggiare su una rete di fiancheggiatori ben organizzata e dotata di risorse economiche utili a garantirne la latitanza, tenuto conto delle incessanti ricerche effettuate da quest’Ufficio e da altre forze di Polizia consistite in numerose perquisizioni a carico di soggetti e luoghi abitualmente frequentati dagli evasi – riporta la mobile -, gli elementi fin qui evidenziati sono inequivocabilmente indicativi della circostanza che gli evasi Bonsanto e Scirpoli si avvalevano di metodi rodati e più sicuri per garantirsi la stato di irreperibilità come appunto nascondersi in caseggiati rurali non riconducibili alle loro persone o ai propri congiunti”.
E ancora: “Solo grazie al loro profilo criminale di indiscusso rilievo mafioso, hanno potuto creare una rete di contatti e connivenze, oltre che di sostegno logistico ed economico, con soggetti fiancheggiatori che facevano emergere le figure di coloro che fornivano nascondiglio e assistenza logistica, come Antonio Radatti che metteva a disposizione il suo casolare”.

Secondo gli inquirenti “solo soggetti che appartengono ad organizzazioni criminali ben strutturate, sono in grado di costruire meccanismi così difficili da controllare e che non consentono le minime attività di investigazione. Ulteriore elemento che depone in tale ottica è il luogo in cui sono stati rintracciati, non riconducibile a nessun ricercato ma in uso a Radatti, presente nel casolare al momento dell’irruzione, lontano da centri abitati e dalla rete stradale, posizionato in cava dismessa di pietra e provvisto di locali idonei per ospitare e pernottare. Tale luogo è certamente idoneo al nascondiglio di tre ricercati di grossissimo spessore criminale come Scirpoli, Bonsanto e La Torre. Francesco Scirpoli dalla consultazione della Banca Dati SDI annovera numerosi arresti per reati di mafia già dal lontano 2004 (pp 14595/01 DDA Bari). Va da sé che l’evasione di Bonsanto e Scirpoli, il loro stato di continua irreperibilità sin dalla data del 9 marzo 2020, unitamente all’arresto del latitante La Torre, questi ultimi due ritenuti elementi apicali dell’omonimo clan operante nei territori di Manfredonia e Mattinata, da un lato rinforzava l’organizzazione criminale mafiosa di cui fanno parte evidenziandone le capacità operative e la disponibilità di mezzi e strumenti utili ad assicurare per un lungo periodo la latitanza dei loro esponenti apicali, dall’altro avrebbe imposto il predominio sul territorio del loro clan di appartenenza, agevolandone le attività illecite ed irrobustendolo. Atteso il profilo criminale del soggetto considerata la sua contiguità con l’organizzazione mafiosa garganica capeggiata dagli stessi ed i suoi conclamati rapporti con le ‘batterie’ della provincia foggiana“.
In conclusione, gli inquirenti scrivono che “lo stato di libertà per evasione di Scirpoli e Bonsanto e il loro continuo stato di irreperibilità non può che ricondursi al loro profilo criminale dedotto dai loro precedenti, dalle loro frequentazioni e, da ultimo, la recente cattura mentre erano all’interno di un caseggiato rurale di Apricena con altri soggetti evidentemente intenti a dirimere le questioni criminali (summit), che depone nell’ipotizzare una evasione e irreperibilità agevolata dalla metodologia mafiosa prevista dall’art. 416-bis.1 del codice penale”.
Al quadro tracciato dagli investigatori si aggiungono inquietanti particolari emersi in “Omnia Nostra” e nell’indagine “Casablanca”. Il clan garganico – e Scirpoli in particolare – avrebbe usufruito della complicità di esponenti dello Stato per ottenere informazioni, sfuggire ad arresti ed evitare perquisizioni. Tutto in cambio di favori: “Matteo è un uomo. Mo’ gli ho portato un poco di pesce” diceva Scirpoli intercettato.