Nel focus di “Prima dell’alba”, trasmissione di Rai 3 condotta da Salvo Sottile, andata in onda la notte scorsa, si è parlato diffusamente di mafia foggiana. Oltre all’intervista a Luisa Lapomarda, madre di Francesco Armiento, giovane vittima di lupara bianca a Mattinata (ne trattiamo in altro articolo), il conduttore ha sentito i procuratori della DDA Giuseppe Volpe e Giuseppe Gatti. “Qui ci sono tre mafie – ha ricordato Volpe -, quella garganica, quella sull’asse Foggia-San Severo e la mafia del Tavoliere (Cerignola)”. Poi Gatti: “A Foggia è finita l’estorsione frontale, della violenza esplicita. Oggi è una vera e propria riscossione tributi. C’è una lista per incassare le estorsioni. Una lista dove c’è tutto e per la quale i clan si fanno la guerra. Con le rateizzazioni dei pagamenti. Il mafioso ti sospende la cartella se c’è crisi economica. Ti viene anche incontro, però devi pagare”. E i pentiti? “Collaboratori a Foggia non ne abbiamo dal 2007 – ha detto Volpe -. Il nostro lavoro è complicato anche per questo. Vige omertà assoluta”.
In realtà un testimone c’è stato, Antonio Niro, più volte la sua storia è stata raccontata da l’Immediato. Niro doveva eliminare proprio Gatti: “Dovevo ucciderlo nella stazione di Foggia con una 357 magnum. Ma ci ripensai. Vidi un giovane davanti ai miei occhi. Pieno di vita. Non riuscii a premere il grilletto. Temevo una vendetta per non averlo ucciso. Sono sfuggito a due agguati con pistole. Entrai nel giro in un momento di debolezza e oggi me ne vergogno. Era un momento difficile e dovevo aiutare la mia famiglia e mia figlia con problemi di salute”.
Infine, Giovanna Parlante della pizzeria Mia di Foggia, vittima di estorsioni e bombe. “Queste persone venivano a mangiare la pizza da me e non volevano pagare. E mi imponevano una mozzarella scadente. Di plastica. Non volevo utilizzarla e allora mi hanno piazzato le bombe. Con aiuto di parenti e amici ho riaperto. Quelle persone sono tornate anche pochi giorni dopo l’esplosione a brindare, e a loro ho detto apertamente: ‘Mi avete fatto un bel servizio’. Queste persone conoscevano mio figlio e avevo paura per lui”.
Giovanna non ha mai mollato ed ebbe anche il coraggio di denunciare. La polizia arrestò Luciano Cupo, foggiano, in seguito condannato a 4 anni di carcere. “Dopo la denuncia mi hanno fatto saltare la macchina, la porta di casa. Ma sono sempre andata avanti. I mafiosi ti fanno credere di essere amici ma non lo sono”. E ha concluso amara: “Dopo la denuncia mi hanno chiamato infamona. C’è chi si è allontanato da me, anche parenti”.
