Fittizia vendita di mosto ad una ditta di Ravenna, usura, estorsione, maxi frode e mafia. Questi i reati del processo “Baccus” alla mafia foggiana. Ma nelle scorse ore, i giudici in secondo grado hanno assolto “perchè il fatto non sussiste” nomi di peso della “Società”. Tra questi spiccano Vito Bruno Lanza detto “u’ lepr'”, tra i capi del clan Moretti-Pellegrino-Lanza e Cesare Antoniello detto “Cesarone”.
Si salva, quindi, il boss Lanza dopo i 4 anni inflitti a Foggia per usura, con esclusione già in primo grado dell’aggravante della mafiosità, ai danni dell’imprenditore vinicolo Battiante. Se la cava anche Cesare Antoniello, con il pg che chiedeva alla corte d’appello di confermare la condanna a 8 anni inflitta a Foggia per usura perché avrebbe prestato soldi a strozzo ad un imprenditore vinicolo; e per tentata estorsione (“se non paghi ti sfascio le corna” gli avrebbe detto), con l’aggravante dei metodi mafiosi “in relazione alle modalità della condotta illecita, oltre che in considerazione delle qualità personali” dell’imputato, come contesta la Dda.
Assoluzione anche per Luigia Lanza, figlia di Vito, Pasquale Di Mattia, Michele Carella, detto “Recchialongh”, Pasquale Casto, Teodosio Pafundi, Valter Cocozza, Alessandro Carniola, Gennaro Pio Labianca ed Ettore Ferrazzano.
La sentenza di secondo grado della corte d’appello di Bari a 11 imputati ribalta quella pronunciata dal Tribunale di Foggia il 16 luglio 2015 con 10 condanne e un’assoluzione. Gli 11 imputati rispondono a vario titolo di usura e tentata estorsione, associazione per delinquere finalizzata a una truffa milionaria a Unione Europea ed Erario nel settore vitivinicolo e false fatturazioni, con la contestazione dell’aggravante della mafiosità a tre imputati per i metodi usati e/o per aver agito per agevolare la “Società Foggiana”: i fatti contestati risalgono al 2009-2012.
La fondazione antiusura “Buon Samaritano” si era costituita parte civile anche in appello nei confronti dei 5 imputati di usura ai danni di due imprenditori vinicoli, chiedendo condanne e risarcimenti. Gli avvocati difensori chiedevano l’assoluzione. Tesi accolta dai giudici d’appello che hanno assolto perché il fatto non sussiste sia gli imputati del filone usura sia quelli del filone frode a Ue e Erario (condannandone un paio ad un anno a testa solo per il reato minore di false fatturazioni).
L’inchiesta
“Baccus” sfociò nel blitz di procura, polizia e finanza dell’11 giugno 2012 con l’arresto di 24 persone su ordinanze del gip (17 in carcere, 7 ai domiciliari); e un maxi-sequestro di beni. Il processo ai 28 imputati si sdoppiò nell’estate/autunno 2012 durante l’udienza preliminare davanti al gup di Bari: un imputato patteggiò; 12 scelsero il giudizio abbreviato davanti allo stesso gup di Bari cui sono seguite altrettante condanne in primo e secondo grado; e gli altri 15 furono rinviati a giudizio e processati in Tribunale a Foggia con sentenza pronunciata il 16 luglio 2015 con 1 assoluzione, 2 prescrizioni e 12 condanne a oltre 50 anni di carcere. Dai 15 imputati del processo di primo grado, si è scesi agli 11 del processo d’appello: per 10 imputati c’era l’appello della difesa contro le condanne; per l’11° – la foggiana Luigia Lanza – quello della Dda contro l’assoluzione, ribadita anche in appello.
Due i filoni processuali dell’inchiesta. Il primo riguarda i presunti prestiti a strozzo a due imprenditori vitivinicoli: Ernesto Lops e Francesco Battiante che sono sia parti offese sia imputati nel processo abbreviato per il presunto coinvolgimento nella maxi-frode. Il secondo filone processuale è relativo proprio ad un giro di presunte false fatture per simulare la vendita di mosto da cantine vinicole del Foggiano ad un’azienda romagnola che, grazie alle fattura taroccate, avrebbe scaricato costi, pagato meno tasse, intascato contribuiti comunitari, restituendo ai foggiani i soldi inviati al posto del mosto, aumentati dell’Iva, aumento che – dice l’accusa – rappresentava il guadagno degli investitori.
