Il Calcio Foggia contro il TG1. Ieri il presidente Roberto Felleca ha firmato la querela presso lo studio dell’avvocato Michele Vaira, noto penalista ed esperto di procedimenti penali sulla diffamazione a mezzo stampa.
Sul tavolo, il coro pro diffidati da parte dei calciatori rossoneri, finito al centro di un servizio del TG1 che ha accostato il caso alla “quarta mafia”.
Stando a quanto si legge sulla querela, l’atteggiamento della squadra ha rappresentato “una parentesi, obiettivamente infelice e censurabile”. Ma nella querela si ricorda che “la società ha inteso prendere pubbliche distanze, stigmatizzando l’iniziativa e dissociandosi dall’accaduto con una nota pubblicata all’indomani sul sito ufficiale, ed a mezzo della quale si richiamavano i propri tesserati ad un maggior senso di responsabilità e di consapevolezza dei propri gesti, rimarcando l’indiscussa condanna verso tutte quelle realtà e condotte che, minando la sicurezza e l’ordine pubblico in occasione delle manifestazioni sportive, danneggiano gravemente lo sport”.
Per il club rossonero, però, il servizio, a cura del giornalista Giuseppe La Venia, è stato “impaginato strategicamente” per evidenziare che “nella terra della ‘quarta mafia’, dicono gli inquirenti, ‘nulla accade per caso‘”.
Secondo i querelanti, “che Foggia sia la terra della quarta mafia, è un dato di fatto. Lo stabiliscono provvedimenti giudiziari definitivi; lo illustra la DIA nei costanti aggiornamenti della mappatura delle mafie italiane. Che il primo telegiornale italiano lo affermi e lo sottolinei, è non solo giusto ma anche auspicabile: i riflettori dell’informazione non possono che alzare il livello di allerta delle istituzioni e sensibilizzare la popolazione.
Ma introdurre il tema della quarta mafia fuori contesto, in un servizio che ha ad oggetto la violenza nel mondo dello sport, è un volo pindarico tanto gratuito quanto offensivo per la città, i tifosi, i calciatori e la società”.
Nell’occhio del ciclone c’è soprattutto la frase con cui si conclude il servizio: “Nulla accade per caso”, la quale avrebbe “un significato univoco e indica, con tono risoluto e senza alcuna formula di dubbio, che il comportamento dei tifosi e quello dei calciatori è in rapporto di causa ed effetto con la presenza della mafia in Capitanata.
Il servizio, nel suo complesso, offende la società e i suoi tesserati, che non hanno alcun rapporto con i personaggi mafiosi e i contesti criminali del territorio. Anche la tifoseria foggiana, ne siamo certi, che pur può commettere errori per i quali la giustizia ordinaria e quella sportiva fa il suo corso, è scevra da condizionamenti di tipo mafioso.
L’inciso ‘come dicono gli inquirenti’ è una insidiosa forma di consolidamento di quello che – con tutta evidenza – è un messaggio scorretto ed estemporaneo – oltre che gravemente offensivo – del giornalista”.
Stando alla querela, “mascherandosi dietro non meglio specificati ‘inquirenti’ di non meglio specificate inchieste, infatti, l’autore del servizio conferisce autorevolezza e sostanza e aggiunge spessore diffamatorio a quella che è, e resta, una sua personalissima convinzione (o, peggio, gratuita affermazione)”.
Una serie di motivi per i quali il Calcio Foggia vede “gravemente danneggiata l’immagine e la sensibilità non solo della nuova, giovane e pulita società sportiva che da quest’anno mi pregio di presiedere e guidare – il commento di Felleca -, ma anche i tanti, tantissimi, cittadini onesti che rappresentano ed esprimono una realtà sociale diametralmente opposta alle realtà della criminalità organizzata di tipo mafioso”.
