La fase due è stata annunciata come una “sfida difficile”, ma molti non lo hanno compreso. A fidarsi del microcosmo delle finestre condominiali, la complicata fase di passaggio si presenta come un “pasticciaccio brutto”, proprio un giallo senza soluzione.
Strade trafficate come nemmeno alla vigilia di Natale e bar costretti all’asporto, ma con capannelli che discutono di virus e DPI, senza mascherine. Lo testimoniano foto e reportage artigianali di lettori esasperati, dopo circa due mesi di isolamento. Tra leggende metropolitane e dati verificati, qualcosa di certo emerge: file di cento persone ai supermercati di periferia (lo sanno bene i clienti della Dok di Via Monsignor Farina), ingorghi e doppie file in centro, riunioni informali davanti ai locali, qualche controllo dalle parti del quartiere ferrovia.
La verità è che la fase due non è ancora iniziata e già ci si prepara ai pranzi domenicali con i congiunti, in teoria vietati ma in pratica “chi ci viene a controllare a casa?”.

Perché, diciamocelo, la questione dei “congiunti” ha ispirato un’autogestione della fase due che nemmeno nei licei di vent’anni fa. Poi, si fanno le pulci a parrucchieri ed estetisti, abituati a norme igieniche rigide già in tempi di pace. Come stupirsi che si incatenino alle saracinesche dei negozi?
Dal loro canto, i sanitari continuano a fare appelli, a ricordare i numeri dei morti, fanno persino i tik tok, ma la verità è che molti cittadini incoscienti ritengono che il virus faccia distinzione (quale non è dato saperlo) e preferiscono buttarsi nella mischia, “tanto, poi si vede”. Nel mezzo, gli illusi che invocano i modelli nordeuropei, virtuosi certamente ma inapplicabili nel belpaese per manifeste differenze etnologiche. Impensabile ispirarsi a paesi in cui le regole sono legge, a prescindere dai decreti, quando qui la norma è trovare il modo migliore per aggirarle quelle norme.

Basti pensare che in alcune chat e “stanze virtuali” foggiane pare si discuta della possibilità di organizzare uno “stappo” alla mezzanotte del 3 maggio a Parco San Felice, per festeggiare la fine della fase uno. Un’assenza di responsabilità e senso civico che dovrebbe interrogare istituzioni e politica. Che questo virus spietato ci insegni almeno qualcosa, per carità.
