“Da settimane si convive con l’ansia, anzi si sopravvive”, ammette Francesca. Sua madre Giuseppina, 94 anni di determinazione e simpatia, risiede nella Fondazione “Palena”, dove ad aprile si è registrato un caso positivo: un anziano ospite che era stato ricoverato per due settimane al Policlinico “Riuniti”. “Questa pandemia ci ha tolto la tranquillità. Quando abbiamo saputo del secondo caso? Un momento drammatico, ora siamo un po’ più tranquilli, ma sempre in allerta”.
Francesca, quanto tempo è trascorso dall’ultima volta che ha potuto abbracciare sua madre?
Tanto, troppo. Il 24 febbraio la Fondazione ci ha comunicato che, per il bene dei nostri cari, le visite sarebbero state ridotte all’essenziale. Le disposizioni sono state rigide, fin da subito: uno per volta, tempi ridotti e solo con mascherine e guanti; vietate le visite da parte dei parenti provenienti dal nord Italia. Ricordo bene quei giorni. Si iniziava a parlare del “paziente zero” di Codogno; il virus sembrava ancora lontano, ma faceva già paura. Il giorno del suo compleanno, il 7 marzo, non le abbiamo potuto organizzare la festa, come facciamo di solito.
Di lì a poco sarebbe scattato il lockdown…
Sì, infatti. Il 9 marzo ci hanno comunicato la sospensione di tutte le visite. Nei giorni precedenti, con le mie tre sorelle, avevamo organizzato dei turni, in modo tale da garantire almeno una breve presenza, sia di mattina che di pomeriggio. Andavamo una per volta, come ci aveva chiesto la struttura. All’inizio, mamma ci domandava perché portassimo le mascherine e i guanti, ci invitava ad avvicinarci, ma non potevamo, naturalmente. Le abbiamo spiegato che non era possibile, anche con l’aiuto delle educatrici.
Una situazione abbastanza tranquilla, fino alla notizia dell’ospite positivo. Come l’avete appresa?
Ce lo ha comunicato la struttura. Siamo andati nel panico, abbiamo cercato subito di avere più informazioni. Abbiamo appreso che l’ospite positivo era stato trasferito dalla RSSA al Riuniti per problemi respiratori; tamponato il 4 e il 7 aprile era risultato negativo; dimesso il 20 aprile, senza tampone, era stato riportato alla “Palena”, perché “stabilizzato e curabile” a domicilio, secondo i medici. In Fondazione è rimasto per 24 ore: non è stato nuovamente bene e, riaccompagnato in ospedale, il suo tampone è risultato positivo. Naturalmente, tutti noi familiari ci siamo allarmati. La struttura ha attivato le apposite procedure in quelle 24 ore, ma il rischio c’era comunque. Parte del personale è dovuto andare in isolamento: eravamo particolarmente preoccupati anche per chi restava e, soprattutto, per i nostri genitori.
Come avete reagito?
Abbiamo creato un gruppo whatsapp dei familiari. Ci siamo detti che non c’era tempo di fare polemiche, ma che occorreva aiutare chi era rimasto in struttura con i nostri genitori. Abbiamo attivato una raccolta di denaro e in due giorni abbiamo acquistato alcuni dispositivi di protezione individuale: mascherine, guanti, chimoni monouso, cuffiette e gel disinfettate, poi donati alla Fondazione. Abbiamo fatto ciò che potevamo.

Ora com’è la situazione?
Che ci risulti, sotto controllo. Sono stati fatti tamponi a tutti gli ospiti e agli operatori entrati in contatto con l’anziano positivo, poi deceduto in ospedale. Soltanto un tampone è risultato positivo, quello di un ospite che ci risulta essere, comunque, asintomatico. Anche in questo caso la struttura ha attivato tutte le procedure del caso e la persona è stata isolata. A metà della prossima settimana scadranno i quattordici giorni di isolamento, intanto a tutti gli altri ospiti viene quotidianamente misurata la pressione; la temperatura due volte al giorno. Anche loro indossano la mascherina. La preoccupazione di noi familiari c’è sempre, però: è chiaro.
Come ha riorganizzato la quotidianità del rapporto con sua madre, nell’emergenza sanitaria?
Non è stato semplice non poterla vedere tutti i giorni. È la nostra roccia, il punto di riferimento di noi figlie, ma anche dei nipoti, dei generi. Fino al primo caso positivo, grazie alle educatrici, potevamo organizzare qualche videochiamata: mamma cercava di catturare con le mani la mia immagine sul telefono (sorride, ndr) e si commuoveva sempre. Spesso facevo da tramite anche per due delle mie sorelle, perché non hanno whatsapp. Mentre parlavo con mamma, facevo lo screenshot del video e lo mandavo ai miei nipoti, che invece sono tecnologici. Ora per motivi di sicurezza non è più possibile; come comitato dei familiari stiamo pensando di donare un tablet alla Fondazione. Si fa quel che si può… Cerchiamo di tenerci costantemente aggiornati sulla situazione all’interno.

Da quanto tempo nonna Giuseppina vive in RSSA?
Ormai da oltre due anni. Non è stata una decisione semplice. Prima di accompagnarla, io e le mie sorelle ci siamo occupate di lei quotidianamente, quando necessario anche di notte. Siamo riuscite a gestire così la situazione, facendo i turni, anche grazie all’aiuto dei nostri mariti. Ma poi è diventato troppo faticoso, sia a livello fisico che logistico. Le mie sorelle hanno intorno ai 70 anni e le forze, per noi tutte, non sono più quelle di una volta. Quindi abbiamo valutato una serie di strutture, scegliendo quella che secondo noi era la più adatta alle nostre e, soprattutto, alle sue esigenze. In condizioni di normalità, vengono organizzati molti laboratori. La doll therapy fa bene a mamma, le piace moltissimo prendersi cura della bambola che le affidano, per lei è come se fosse un bambino reale. Qualche volta, prima del covid, le ho fatto visita proprio mentre faceva terapia e le educatrici mi hanno raccomandato di non fare osservazioni sulla bambola, di assecondarla. Era felice mamma, mi diceva “guarda che occhi che ha questa creatura, Franca”. Spesso abbiamo pranzato con lei durante le festività, organizzato festicciole ai compleanni. Insomma, cerchiamo quanto più possibile di ricreare il calore familiare, un valore che i nostri genitori ci hanno trasmesso con grande amore. Dover rinunciare a tutto questo, a causa del virus, non è facile.
Quando l’ha potuta vedere l’ultima volta di persona?
Ad inizio settimana, attraverso la vetrata. Me l’hanno fatta salutare a distanza: è stato bello ma straziante. Lei mi salutava e mi chiedeva di raggiungerla, era commossa. Era serena e abbastanza lucida, mi ha chiesto della mia nipotina. Io ho cercato di trattenere le emozioni, per rassicurarla ma poi ci sono stata male tutto il giorno e nei giorni a venire. È dura, davvero molto dura.

Come immagina il giorno in cui potrà riabbracciarla?
Ci penso spesso, tutti i giorni. Mi piacerebbe farle conoscere la mia nipotina, Aurora: non ha potuto ancora vederla. Quando facevamo le videochiamate, le dicevo che non vedevo l’ora di tirarle un pizzicotto su quel bel nasone che si ritrova (ride, ndr). Ma dobbiamo aspettare, non possiamo fare altro. L’importante è che lei sia serena, che resista come una roccia, come ha sempre fatto. Lei è sempre stata una mamma moderna, anche oggi che ha oltre 90 anni. Ha insegnato a noi tutti cosa siano l’amore e la condivisione, l’indipendenza di pensiero, anche quando non c’è quella economica. Quando mio fratello, che non c’è più, si ammalò, lei non esitò un attimo, a oltre 70 anni: si trasferì per tre mesi in un’altra città, da sola, per prendersi cura di suo figlio. È il collante della nostra famiglia, la forza nei momenti più bui. Lo è anche oggi che un maledetto virus ci impedisce di abbracciarla. Lei è straordinaria, la nostra straordinaria mamma.
