“Le carceri italiane sono piene di telefonini: in una riunione importante proposi di mettere un inibitore del segnale ma mi è stato chiesto ‘come comunica la polizia penitenziaria?’. Ma la polizia penitenziaria deve comunicare con il direttore, con l’ufficio matricola e con il comandante e può farlo attraverso il telefono, come 30 anni fa”. Lo ha detto ad “Agorà” su Rai 3 Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, chiamato a rispondere sui temi più caldi della giustizia.
“Col senno di poi penso che se la mia riforma di cinque anni fosse stata approvata, avremmo potuto migliorare il sistema – ha detto Gratteri incalzato dalla giornalista -. La mia riforma era basata sull’informatizzazione che abbatte tempi e costi. L’unica cosa che è passata di quella riforma, che contava 250 articoli, è il processo a distanza in video conferenza e solo per questa norma le camere penali hanno proclamato lo sciopero. Ho un approccio molto pratico e quando c’è stato il problema delle rivolte nelle carceri, c’era il problema dei telefonini e allora io ho detto in una riunione importante, dove ero la persona più piccola presente, che non ci voleva niente. Mettiamo un inibitore nelle carceri così non funzionano più i telefonini e mi risposero che non era più possibile comunicare con le guardie. La polizia penitenziaria deve comunicare con il direttore, con l’ufficio matricola e con il comandante con il telefono come si faceva trent’anni fa”.
Poi Gratteri ha citato Foggia: “A me sembra strano che a Modena e Foggia scoppi così d’un tratto la rivolta. Bisogna prevenire i problemi e io avevo suggerito questa proposta già a gennaio, prima della rivolta. La credibilità dello Stato passa anche da queste piccole cose, c’è un sistema dove spesso ci sono addetti ai lavori che non hanno esperienza nel settore e, con tutta la buona fede del mondo, poi fanno danni”.
