Gran parte dei focolai Covid, sopratutto nella prima ondata, sono scoppiati in Rsa ed Rssa. In Puglia ce ne sono circa 800, con circa 6mila posti per anziani tra residenziale e semiresidenziale. Di queste, la gran parte sono fragili e non incardinate al meglio nel sistema sanitario. Il governo, con il decreto rilancio, ha investito complessivamente poco meno di un miliardo di euro (tenendo dentro anche l’assistenza domiciliare). L’obiettivo è ripensare queste strutture decisive nell’offerta di salute territoriale.
Al Forum sanità della Fiera del Levante, a parlare del futuro di questo pezzo di assistenza assieme agli stakeholder e al direttore dell’area programmazione Aress Ettore Attolini, c’erano anche Mariadonata Bellentani (Ministero della Salute) e Graziano Onder dell’Istituto superiore della sanità. Proprio quest’ultimo ha analizzato le forti criticità nel settore, che tuttavia non riguardano solo l’Italia. “Per come sono strutturate le Rsa in Italia sono una bomba, quando ci finisce dentro il virus esplodono – ha detto -. Sono strutture sensibili, perché ci passa un sacco di gente dentro. I fattori che aumentano il rischio sono la diffusione territoriale e la dimensione, più sono grandi e maggiore è la possibilità che divampino focolai”.
Il contagio all’interno è praticamente “impossibile da evitare”, per via del “rischio intrinseco” all’interno delle strutture. Del resto, come sottolineato da Bellentani, sono state incardinate sull’ultimo riferimento normativo che “risale agli anni Novanta”. Il Covid-19 ha messo in risalto, d’un tratto, tutta la fragilità del sistema, che peraltro non è nemmeno integrato con il resto del sistema sanitario, in particolare con gli ospedali.
“Sono state considerate monadi, entità a se stanti – ha precisato Onder -, inoltre non esiste un monitoraggio puntuale e reale: al momento non possiamo sapere davvero quanti morti sono stati causati dalla pandemia. È impossibile avere i dati”. L’elenco delle criticità emerse durante l’emergenza Coronavirus è lunghissimo: mancanza di Dpi (82,7%), impossibilità esecuzione tamponi (46,9%), assenze del personale (33,5%), difficolta nell’isolamento (25,9%), scarse informazioni (20%) e mancanza di farmaci (10,3%).
“Le regioni devono adottare un piano di potenziamento territoriale – ha chiosato Bellentani -, puntando sull’assistenza domiciliare e sperimentando strutture di prossimità per la presa in carico di persone fragili, come case della comunità o della salute. Servirà potenziare la collaborazione con medici specialisti e aumentare la sicurezza di operatori e ospiti, attraverso indicazioni specifiche per l’emergenza Covid”. Le strutture per non autosufficienti (R1, nuclei ad alta intensità; R2 ed R3, classiche Rsa) dovranno considerare non solo le prestazioni, ma “i percorsi di cura”.
Un tema condiviso dalla gran parte degli operatori presenti a Bari, i quali hanno chiesto maggiori risorse per recuperare il “tempo perso per mettersi in carreggiata”. Antonio Perruggini, dell’associazione Welfare a Levante, ha rimarcato la necessità di integrare meglio le strutture nel sistema, anche attraverso la gestione diretta di particolari attività come la protesica. “A fronte di pochi euro sulle rette ci potrebbe essere un importante risparmio per il pubblico”, ha dichiarato. Luca Vigilante, vicepresidente di Universo Salute, ha definito le “Rsa un pilastro del sistema sanitario regionale”. “In questo periodo c’è stata una narrazione drammatica, a tratti distorta, delle Rsa – ha spiegato -, mi colpì molto ciò che disse Emiliano qualche tempo fa, quando affermò di aver girato le strutture rendendosi conto del ‘pezzo di offerta di salute complessa’. Le Rsa rappresentano un pilastro del sistema sanitario, perché hanno sostenuto negli anni il miglioramento degli ospedali. In maniera del tutto autonoma, hanno permesso l’eliminazione dei ricoveri inappropriati. Ora vanno sostenute, attraverso protocolli diagnostici precisi, la digitalizzazione, e l’integrazione. Le competenze, la formazione e le tecnologie costano. I regolamenti, dopo l’emergenza Covid, seppur recenti, andrebbero già rivisti perché la pandemia obbliga queste strutture a doversi rimodulare in tempi rapidi. Infine, non possiamo avere pezzi di sanità con operatori sanitari con contratti diversi: questo aggiunge un ulteriore elemento di criticità che rende difficile la tenuta del segmento alle attuali condizioni”.