Rapporti con avvocati, imprenditori, colleghi ma anche con esponenti delle istituzioni. Interrogatorio fiume, circa 9 ore, per Giuseppe De Benedictis, l’ex giudice arrestato per tangenti e armi. Ieri il magistrato è comparso per la quinta volta davanti agli inquirenti, su richiesta dei suoi stessi avvocati. De Benedictis ha anche scritto un memoriale durante la sua detenzione nel carcere di Foggia; il contenuto è al momento top secret. L’ex gip è stato arrestato il 24 aprile scorso per corruzione in atti giudiziari, in concorso con l’avvocato Giancarlo Chiariello, e il 13 maggio per detenzione di un arsenale da guerra insieme al caporal maggiore dell’Esercito Antonio Serafino e all’imprenditore andriese Antonio Tannoia. Armi ritrovate in una masseria di Andria.
Nel corso dei confronti – riporta Repubblica – sono stati affrontati diversi argomenti emersi durante le indagini dei carabinieri di Bari, alcuni dalla lettura dei documenti (in primis quelli inviati a Lecce dalla Dda di Bari), altri dalle intercettazioni e relativi ai numerosi incontri che il giudice ha avuto con avvocati, colleghi, imprenditori ed esponenti delle istituzioni. Fitta era la sua rete di rapporti, come dimostrano anche gli atti depositati dalla Procura di Lecce a supporto delle ordinanze cautelari. Da quei documenti emerge l’aiuto fornito dell’ex gip a imprenditori baresi coinvolti in vicende giudiziarie nonché il suo interessamento verso alcune procedure fallimentari, in corso davanti al Tribunale civile.
Nel giugno 2020, per esempio, i carabinieri del Nucleo investigativo di Bari hanno intercettato una conversazione con il titolare di un’azienda di trasporti e logistica, il quale aveva chiesto al giudice di informarsi di un procedimento giudiziario di cui era protagonista. Nei giorni seguenti, il magistrato aveva nominato la sorella dell’imprenditore — che nel frattempo gli aveva fatto aggiustare l’automobile e consegnato dei buoni benzina — come amministratrice giudiziaria di alcuni beni che aveva fatto sequestrare a un pregiudicato su richiesta della Procura. Proprio alla donna, De Benedictis spiegava poi che aveva avuto informazioni in merito alla procedura fallimentare di alcune aziende del fratello.
“Bisogna agire d’urgenza per il fatto dei fallimenti — diceva nella conversazione intercettata, riportata da Repubblica —. Io non lo so che cosa ha fatto ma l’Ufficio delle entrate lo vuole morto ed è una cosa strana, perché di solito non si accaniscono così”. Poi aggiungeva: “Io ho parlato con alcune persone, quello toglilo di mezzo, perché lo sta solo precipitando”.
Il riferimento era a un avvocato che il Tribunale civile nomina spesso nell’ambito delle procedure fallimentari e che era stato chiamato in causa anche nella vicenda dell’imprenditore amico di De Benedictis. “Adesso io ho parlato con chi di dovere — proseguiva — e mi hanno suggerito di trovare 15 milioni di euro per offrire almeno il 50 per cento. Non che li deve trovare cash ma almeno fa un piano dove offre il 50 per cento e così recuperiamo. Perché quelli vogliono far fallire le tre società e buttarsi sulla holding. Questo è il piano e lo hanno pure scritto”.
La donna veniva quindi sollecitata a riferire tutto con puntualità al fratello e, di fronte ai ringraziamenti, l’allora gip rispondeva: “E di che grazie, abbiamo trovato almeno due dei tre giudici a favore” . L’obiettivo conclamato era “evitare il fallimento”, perché una volta che le aziende fossero fallite difficilmente l’imprenditore avrebbe potuto rimetterci le mani sopra. Diverso il discorso dei processi, perché — diceva De Benedictis — “il penale lo puoi sempre raddrizzare”.
