L’ombra della criminalità organizzata sull’omicidio di Matteo Anastasio, il 42enne pregiudicato di San Severo ucciso tra la folla durante i festeggiamenti per l’Italia campione d’Europa. Quella della mafia sarebbe ora la pista privilegiata dagli inquirenti che indagano senza sosta per individuare i killer. Quella sera due persone a bordo di uno scooter hanno ammazzato Anastasio con una pistola 7,65, stesso calibro di quella utilizzata per uccidere Giuseppe Anastasio, fratello di Matteo, nel 2017. I sicari hanno agito tra la folla, con una crudeltà inaudita ed un alto senso di impunità. Incuranti del fatto che con la vittima ci fosse il nipotino di 6 anni, figlio del defunto Giuseppe. Il piccolo sta lottando tra la vita e la morte nel reparto di rianimazione del Policlinico Riuniti di Foggia. I sanitari, interpellati da l’Immediato, hanno parlato di “condizioni generali gravi a causa delle lesioni agli organi interni causate dal proiettile. Ieri, nel tardo pomeriggio, ha subito un primo delicato intervento a livello della colonna vertebrale. Resta pertanto in terapia intensiva in coma farmacologico e assistenza respiratoria meccanica per uno strettissimo monitoraggio dei parametri vitali”.
Nel frattempo, le indagini vanno avanti attraverso una raffica di perquisizioni. Sotto analisi, inoltre, numerosi video e foto pubblicate sui social, complice la vittoria della Nazionale che ha fatto riversare sulle strade migliaia di cittadini. Al vaglio ci sono anche i filmati delle telecamere di sicurezza della zona di viale Matteotti, scenario dell’agguato. Le indagini, come detto, sembrano vertere soprattutto nell’ambito della criminalità organizzata e del business della droga, da anni motivo di conflitto tra i boss della città. A San Severo c’è in atto una violenta contrapposizione tra i clan Testa-La Piccirella e Nardino, ritenuti dalla DDA di Bari autonomi e indipendenti rispetto alla “Società Foggiana” con la quale continuano ad intessere affari e alleanze. Stando a chi indaga, Matteo Anastasio, precedenti per droga, gravitava nell’orbita dei Nardino, una batteria criminale storica della “città dei campanili”, guidata da circa 30 anni dai fratelli Franco e Roberto Nardino, entrambi condannati di recente per mafia nel processo “Ares”. Diciotto anni di reclusione la pena per Franco detto “Kojak” (la procura chiedeva 21 anni), già coinvolto e condannato in altri processi di mafia. Sedici anni e otto mesi al fratello Roberto alias “Patapuff”, l’accusa chiedeva 18 anni. Rivalità tra clan, droga e forse un vuoto di potere da colmare: ruotano attorno a questi fronti le indagini sull’omicidio Anastasio.
