Nuova udienza del processo sulla morte di Donato Monopoli, giovane di Cerignola vittima di aggressione in una discoteca di Foggia. Donato perse la vita dopo sette mesi di agonia nell’ospedale di San Giovanni Rotondo. Imputati due trentenni foggiani, Michele Verderosa e Francesco Stallone, sospettati di omicidio aggravato dai futili motivi. La vittima venne picchiata brutalmente la sera del 6 ottobre 2018 mentre tentava di difendere un amico.
Il processo si è dilungato a causa di una perizia chiesta in aula per accertare, nuovamente, le cause del decesso di Donato. Ma oggi, i periti, entrambi di Torino, hanno confermato che le cause della morte del giovane sono da attribuire agli imputati. C’è quindi nesso di casualità tra aggressione e morte. In questo nesso di causalità si inserirebbero cause che non si è riusciti ad accertare.
I quesiti ai quali dovevano rispondere i professionisti attenevano all’individuazione del motivo del decesso – che per i legali della famiglia del giovane sarebbe stato ampiamente acclarato da perizie precedenti – e alla riconducibilità dello stesso agli imputati ovvero alla verifica della sussistenza di eventuali concause. Prossima udienza il 20 aprile, quando potrebbe arrivare la sentenza che metterebbe fine al procedimento di primo grado.
Nel frattempo, nei giorni scorsi, i genitori, che quotidianamente ricordano il figlio sulla pagina Facebook “Giustizia per Donato”, sono tornati a chiedere giustizia attraverso un toccante messaggio: “Chiediamo Giustizia – scrivono – sempre con piena fiducia nei giudici, per questo ancora una volta ci rivolgiamo a loro. Immaginate solo per una volta un figlio che sta per uscire di casa dicendovi ‘ci vediamo più tardi’, ma quel ci rivediamo non ci sarà mai più, invece ci siamo ritrovati in terapia intensiva, reparto fino allora a noi sconosciuto, fatto di dolore e lacrime per 7 mesi.
Immaginate la vita stravolta in pochi attimi. Immaginate vedere il vostro bambino cresciuto con tanto amore attaccato a delle macchine, che lotta per la vita così da un momento all’altro, senza la sua volontà se non quella dei suoi aggressori. Per cosa? Per un gesto nobile, aiutare un amico in difficoltà, aggredito da chi non ha rispetto per la vita altrui, con la violenza di chi vuole far valere la propria forza distruggendo un’intera famiglia lasciata ormai sola.
Con pazienza e fiducia abbiamo sempre assistito a tutte le udienze a volte restando senza parole, abbattuti ma sempre fiduciosi. Dopo aver combattuto con lui sette lunghi mesi, ci tocca lottare per fargli avere giustizia, per questo noi non ci arrendiamo, lo dobbiamo a Donato, lo dobbiamo ai nostri due figli. Immaginate solo per un attimo i nostri quasi quattro anni, noi con la condanna più dura, ormai morti dentro, senza sconti, senza appelli, senza scuse né attenuanti, condannati a vita. Non uccidiamolo per la seconda volta, il suo sorriso è stato spento a 26 anni”.
