La storia di Lazzaro D’Auria sul “The Wall Street Journal”. L’imprenditore agricolo, sotto scorta dopo le richieste estorsive della mafia foggiana, si è raccontato alla testata americana ricostruendo il suo calvario iniziato alcuni anni fa. “Lazzaro D’Auria – si legge nel focus della nota testata – è tra coloro che rifiutano di inchinarsi alla mafia. Nel 2017 si trovava da solo in uno dei suoi campi di pomodori quando venne circondato da 10 mafiosi locali. Nei due anni precedenti si era ripetutamente rifiutato di soddisfare la richiesta dei boss che pretendevano un pizzo di 200mila euro”.
D’Auria e la sua famiglia vennero minacciati, poi i boss abbassarono la richiesta a 150mila euro, ma l’imprenditore denunciò tutto alle forze dell’ordine. Da allora vive sotto protezione e ha anche testimoniato in un processo che si è concluso con la condanna dei mafiosi che lo minacciarono. “Ma la mafia – evidenzia il giornale americano – non lo ha dimenticato. Negli ultimi sei anni, ha subito sei attentati, 15 rapine e atti vandalici ai suoi macchinari agricoli”. L’imprenditore ha mostrato ai reporter i mezzi bruciati e i capannoni distrutti.
Le minacce a D’Auria nella sentenza di “Decima Azione”
453 pagine per ricostruire affari malavitosi, legami, estorsioni e omicidi della mafia foggiana. Tanto è lunga la sentenza di “Decima Azione”, dal nome della maxi operazione che il 30 novembre 2018 smantellò i maggiori clan della Società Foggiana, le batterie Sinesi-Francavilla e Moretti-Pellegrino-Lanza. Oltre due secoli e mezzo di galera in totale ai maggiori boss, da Rocco Moretti detto “Il porco” a Roberto Sinesi alias “Lo zio”, passando per Vito Bruno Lanza “U’ lepr”, Massimo Perdonò, i fratelli Ciro e Giuseppe Francavilla e molti altri. Un totale di 25 imputati, tutti condannati con il rito abbreviato, numerosi dei quali difesi anche da Giancarlo Chiariello, l’avvocato arrestato per lo scandalo corruzione al Tribunale di Bari.
Le motivazioni della sentenza partono dalla vicenda dell’imprenditore Lazzaro D’Auria, minacciato e vessato dai clan che gli chiedevano di versare 200mila euro per “vivere tranquillo”. I mafiosi chiedevano a D’Auria di lasciare i terreni in zona Borgo Incoronata o, in alternativa, di versare i soldi, pena la morte. Gli estorsori si presentavano come un unico clan, i Sinesi-Francavilla-Moretti. Il boss Rocco Moretti, Franco Tizzano e due donne tra cui la figlia del “porco”, raggiunsero D’Auria mentre l’imprenditore usciva dalla Bpm di Foggia in via Telesforo. Tizzano, dopo essersi presentato, gli chiese ancora le 200mila euro. Poche settimane dopo, altri esponenti dei clan affiancarono la vittima a bordo di un’auto per dirgli: “Tu all’Incoronata non ci devi andare… altrimenti ti incendiamo il vivaio, il piazzale e ti spariamo”. Uno dei malavitosi lo colpì con uno schiaffo rompendogli gli occhiali. “Tu non devi andare a Foggia perché i terreni non sono i tuoi”. Richieste estorsive ribadite a Matteo Lombardozzi, un dipendente di D’Auria morto ammazzato in un agguato di chiaro stampo mafioso nel luglio del 2017.
Minacce anche lungo il corso principale di Foggia, nell’area pedonale. Due esponenti delle batterie affiancarono D’Auria e gli poggiarono la mano sulla spalla per poi dire: “O paghi o ti ammocchiamo”.