Venerdì 28 ottobre alle ore 19:30 nell’ambito della 11esima edizione di FoggiaFotografia: La Puglia senza confini, Alessandro Tricarico sarà ospite del FotoCineClub di Foggia (via Ester Lojodice, 1) dove incontrerà il pubblico foggiano.
Alessandro Tricarico nasce sul Gargano nel 1986, scatta le prime fotografie a Bologna dove per due anni lavora in camera oscura. Tra il 2010 e il 2011 pubblica sul mensile l’Europeo e sul quotidiano la Repubblica il suo primo lavoro sul movimento studentesco.
Nel 2012 vince con un reportage sul campo profughi al confine libico-tunisino, una borsa di studio presso l’Istituto Italiano di Fotografia di Milano. Tra il 2013 e il 2015 si trasferisce in Tunisia per raccontare lo strascico delle rivolte arabe e lo sfruttamento nelle miniere di fosfato al confine algerino. In quel periodo inizia a collaborare regolarmente con varie testate, diventando il corrispondente per il Manifesto e pubblicando sul Financial Times.
Dal 2016 torna a vivere nella sua terra in provincia di Foggia, puntando il focus sui fatti che lo circondano e diventando un profondo conoscitore della provincia, con particolare attenzione al subappennino Dauno.
Negli ultimi anni si è avvicinato alla poster art, utilizzando grandi stampe e affiggendole sui muri delle città, lanciando messaggi che riescono ad arrivare ad un pubblico eterogeneo di persone, i suoi lavori sono stati realizzati a Rignano Garganico, Lago di Varano, Parma, Ravenna, Matera, Foggia, Camini (RC), Agro di San Severo, Sant’Agata di Puglia, San Giovanni Rotondo.
Nel 2018/2019 lavora a “Mediofondo Primavera”, un progetto sul calo demografico nei piccoli paesi di Puglia. Questo progetto viene selezionato tra i 10 finalisti del World Report Award 2019, promosso dal Festival della fotografia etica di Lodi, tra oltre 600 partecipanti da tutto il mondo ed ora è diventato un libro fotografico che sarà presentato nella serata-incontro al FotoCineClub di Foggia.
Il racconto che Tricarico fa di questi centri rurali è un racconto di verità e di onestà intellettuale facendo attenzione a non cadere nella semplice narrazione di facciata. Le sue foto restituiscono all’occhio dell’osservatore il momento colto senza alcuna intenzione di abbellirlo e riuscendo a trasferirci le storie di questa gente comune senza inutili orpelli. E allora la marginalità dei paesi e delle sue genti, la vita regolare e sempre uguale, la semplicità dei gesti e l’empatia che ne deriva emergono tutte in un’operazione verità che ci descrive alla perfezione questo mondo conosciuto, evocato e magari da taluni rimpianto.
