Si è conclusa sabato sera la due giorni di libri e autori del Foggia Festival Sport Story a cura della Fondazione Banca del Monte di Foggia in collaborazione con il Comune di Foggia, la Libreria Ubik e la Piccola Compagnia Impertinente. Dopo Paolo Condò e Felice Gimondi, ospite dell’ultimo appuntamento della rassegna è Gigi Riva, caporedattore de l’Espresso e, autore de L’ultimo calcio di rigore di Faruk (Sellerio, 2016). In via Lanza, a conversare con l’autore, il giornalista sportivo Antonio Di Donna.
Gigi Riva racconta con attenzione e sensibilità un tiro fatale, sbagliato il 30 giugno del 1990 a Firenze da Faruk Hadžibegi?, capitano dell’ultima nazionale del Paese unito. La partita contro l’Argentina di Maradona nei quarti di finale del Mondiale italiano portò all’eliminazione di una squadra dotata di enorme talento ma dilaniata dai rinascenti odi etnici. L’idea di scrivere questo libro nasce nel 1994, quando, durante la presentazione di un altro mio libro, a Strasburgo, un signore mi chiese una dedica dicendomi: “Mi chiamo Faruk e sono l’uomo che ha distrutto la Jugoslavia con un calcio di rigore”, confessa Riva al pubblico nello spiazzale antistante la libreria.
“Faruk nasce e diventa un campione locale a Sarajevo, città considerata una sorta di arcadia dei Balcani. Cresce in un ambiente culturale e multietnico e soprattutto immagina che quella piccola arcadia sia l’emblema di quella che è la Jugoslavia: un paese , per lui meraviglioso che vedrà poi, disgregarsi col tempo – spiega l’autore -. Si vedeva che era un uomo che aveva addosso il peso di aver ucciso una nazione. A quel punto mi è venuto in mente che Faruk era colui che noi in occidente abbiamo sempre considerato, fin dagli albori della letteratura che segna la nostra identità, il capro espiatorio. Non solo pensava di avere distrutto una nazione con un calcio di rigore sbagliato, ma pensava che se quella squadra avesse vinto il mondiale, sarebbe risorto quel nazionalismo jugoslavista che avrebbe allontanato gli spettri della successione. E’ evidente però, che le cause della disgregazione della Jugoslavia sono altre”.
Si potrebbe sostenere che in nessun luogo come nella ex Jugoslavia il legame tra politica e sport sia stato così stretto e perverso. Attraverso la vita del protagonista e dei suoi compagni (molti dei quali diventati poi famosi in Italia, da Boban a Mihajlovi?, da Savi?evi? a Bokši?, da Jozi? a Katanec), si scopre il travaglio di quella rappresentativa nazionale e del suo allenatore Ivica Osim, detto “il Professore”. Nelle loro gesta si specchia la disgregazione della Jugoslavia e la spregiudicatezza dei suoi leader politici, che vollero utilizzare lo sport e i suoi eroi per costruire il consenso attorno alle idee separatiste. In questo senso il calcio è stato il prologo della guerra con altri mezzi, il rettangolo verde la prova generale di una battaglia. Non a caso si attribuisce agli scontri tra i tifosi della Dinamo Zagabria e della Stella Rossa di Belgrado il primato di aver messo in scena, in uno stadio, il primo vero episodio del conflitto. Ed è nelle curve che sono stati reclutati i miliziani poi diventati tristemente famosi per la ferocia della pulizia etnica a Vukovar come a Sarajevo.
“E non è così paradossale scoprire in queste pagine le parole beffarde che Diego Armando Maradona rivolse all’autore. “Ho voluto scrivere una frase che il campione argentino mi disse su un aereo tra Milano e New York nel 1986 – racconta il giornalista -. In quell’occasione gli chiesi un’intervista e lui mi disse di non avermi mai visto negli stadi di calcio. Io risposi che mi occupavo di politica estera e non di sport a livello professionale. Così lui mi disse: tu occupati di politica estera, perché il calcio è una cosa seria”.
