In 124 pagine la ricostruzione dell’omicidio di Francesco Traiano, il titolare del bar di Foggia “Gocce di Caffè” ucciso nel 2020 da una banda di rapinatori. Pubblicate le motivazioni della Corte d’Assise che ha condannato a 30 anni di carcere Antonio Bernardo alias “U’ stagnr” e Antonio Tufo detto “U’ giall”, a 28 anni Christian Consalvo alias “Pallina” e a 10 anni Simone Pio Amorico. L’allora minorenne Antonio Pio Colucci, esecutore materiale dell’assassinio, è stato condannato in altra sede a 16 anni sia in primo che in secondo grado.
I giudici foggiani parlano di “raptus omicida” di Colucci che si sarebbe scatenato in maniera imprevedibile e “fuori da ogni logica, come una furia”. La furia ingiustificata del giovane ma anche degli altri due rapinatori (Bernardo e Tufo) “emerge nitidamente già dalle immagini delle telecamere installate all’esterno del bar che riprendevano la foga impetuosa e la corsa forsennata – evidentemente concordata – dei rapinatori nel precipitarsi all’interno del bar”.
Colucci sferrò un fendente mortale alla testa della vittima sulla quale si avventò subito dopo anche Bernardo, quest’ultimo nipote dell’omonimo Antonio Bernardo detto “lo zio”, ucciso nel 2008 nell’ambito di una guerra di mafia tesa ad eliminare la vecchia “classe dirigente” della “Società Foggiana”.

In sentenza è scritto che Bernardo, unitamente al Colucci, “non ha fatto ricorso alla violenza spietata per neutralizzare la reazione della vittima – la quale si è meramente limitata a lanciare istintivamente un contenitore di caramelle – ma per sopraffarla, prima ancora di impossessarsi del contenuto del registratore di cassa”.
“Colucci – si legge ancora – è certamente responsabile di aver inferto la coltellata mortale, ma l’azione, non già riconducibile alla sua esclusiva iniziativa, è stata supportata da tutti i rapinatori, quali, una volta fatta irruzione all’interno del locale, hanno agito di concerto rivestendo ciascuno il proprio ruolo concordato in precedenza. In particolare, l’imputato Bernardo si è immediatamente avventato dietro il bancone e, senza alcun tentennamento, ha aggredito la vittima insieme al Colucci”.
La brutalità dell’azione è emersa dalle consulenze degli esperti: oltre alla ferita al volto, è stata rilevata “una pluralità di ferite d’arma da taglio a livello della mano sinistra della vittima – scrivono i giudici -, prodotte verosimilmente dai colpi ripetuti e reiterati che il Traiano aveva tentato di parare ponendo a sua difesa la mano”.
Bernardo, pur sprovvisto di coltello, “colpiva violentemente e ripetutamente Traiano, sferrando al suo indirizzo pugni e, coadiuvando Colucci, faceva cadere a terra la vittima per immobilizzarla. Quando Traiano era disteso per terra, i rapinatori continuavano ad infierire colpendolo con altri calci”.
Tufo, intanto, conscio di tutto questo, invece di provare “sdegno”, “si adoperava per facilitarne l’azione, tenendo occupato un dipendente del bar al cui indirizzo scagliava con estrema violenza un pesante e grosso posacenere con annesso gettacarte da terra in metallo”.
Dal canto suo Christian Consalvo, l’autista della banda, “era consapevole di partecipare a una rapina con uno dei complici armato di coltello. Ha quindi avuto la piena percezione del rischio”. Simone Pio Amorico, condannato a 10 anni per concorso in rapina, non prese parte all’azione criminale ma fu tra quelli che la organizzò e aiutò i complici anche dopo il colpo.