Parola fine per il processo a Massimo “Massimino” Perdonò, 45enne foggiano, nipote del boss Rocco Moretti alias “Il porco”. La Cassazione ha confermato la condanna a 12 anni di reclusione per il tentato omicidio di Giovanni Caterino, 42enne manfredoniano detto “Giuann Popò”. Stando ai giudici, l’affiliato al clan Moretti-Pellegrino-Lanza era nel commando che provò ad uccidere Caterino, basista della strage di San Marco in Lamis condannato in secondo grado all’ergastolo per la mattanza del 9 agosto 2017. I sicari volevano vendicare Mario Luciano Romito, bersaglio principale di quella strage, ma Caterino scampò alla morte dileguandosi in auto.
Il piano mafioso risale al 18 febbraio 2018 quando Perdonò e alcuni complici si appostarono con una Giulietta rubata sotto casa di Caterino nel rione Monticchio di Manfredonia, “ma l’attentato fallì perché la vittima designata vide i sicari incappucciati e armati – riportano le carte dell’inchiesta – e riuscì a scappare con l’auto, nonostante il tentativo dei killer di speronarlo con la propria macchina che rimase incidentata, tanto da costringerli a rapinare l’utilitaria di un passante per fuggire”.
L’intercettazione chiave dell’inchiesta a carico di Perdonò è nel colloquio avvenuto la mattina del 24 febbraio 2018 tra lo stesso Perdonò e un suo amico estraneo a questa indagine, Francesco Abbruzzese detto “Stoppino”, altro foggiano ritenuto legato ai Moretti. In quei giorni, Abbruzzese era ai domiciliari per un’altra vicenda e la microspia fu piazzata dalla squadra mobile nella sua abitazione nell’ambito di un’indagine sulla mafia del capoluogo. A dire dell’accusa, Perdonò, confidandosi con l’amico, di fatto confessò il proprio coinvolgimento nel tentativo di omicidio di Caterino e nella successiva rapina ai danni di un automobilista per poter fuggire dal luogo dell’agguato fallito.

Nell’ambito dell’operazione “Omnia Nostra” contro il clan garganico Lombardi-Scirpoli-Raduano – che vede Perdonò tra gli imputati – sono emerse novità rilevanti sul tentato omicidio di Caterino anche grazie alle rivelazioni dei pentiti. Sono stati infatti rinviati a giudizio Matteo Lombardi e Pietro La Torre ritenuti dagli inquirenti “i mandanti”, in “concorso con gli esecutori materiali Marco Raduano (boss viestano latitante, ndr), Massimo Perdonò e un altro complice”.
I tre sicari avrebbero agito “travisati ed armati di fucili d’assalto a bordo di autovettura Alfa Romeo Giulietta con l’aggravante di essersi avvalsi delle condizioni previste dall’art. 416 bis c.p. e al fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa tanto in considerazione delle qualità personali di Lombardi, La Torre e Raduano, elementi di vertice dell’associazione mafiosa”.
Un odio ventennale
La storia della criminalità organizzata foggiana è contrassegnata da numerose alleanze tra le varie realtà mafiose della provincia. Una di queste è quella tra i Moretti-Pellegrino-Lanza e il gruppo un tempo guidato da Mario Luciano Romito, il boss di Manfredonia ucciso il 9 agosto 2017 nell’ormai celebre strage di San Marco in Lamis. Il boss venne ammazzato nell’ambito della guerra con i “montanari”, scoppiata alla fine della prima decade degli anni 2000 dopo il “tradimento di Orti Frenti”, quando lo stesso Mario Luciano e suo fratello Franco fecero piazzare alcune cimici dai carabinieri per incastrare i “Calcarulo” Matteo, Armando e Franco Li Bergolis. Un summit mafioso passato alla storia, datato 2 dicembre 2003, organizzato all’interno di una masseria di San Giovanni Rotondo, in località Orti Frenti, appunto, e che segnò la fine del clan Li Bergolis-Romito. Il gruppo dei manfredoniani – che si scoprì essere confidente di alcuni militari dell’Arma – tese una trappola ai fratelli Li Bergolis che durante l’incontro parlarono apertamente di estorsioni, omicidi e vendette. Nel processo che ne scaturì, denominato “Iscaro-Saburo”, i “Calcarulo” vennero condannati in via definitiva a lunghe pene. Ergastolo a Franco Li Bergolis, 27 anni a testa ad Armando e Matteo: tutti al 41bis (carcere duro), rispettivamente nei penitenziari di Nuoro, Viterbo e Parma. Per i due Romito caddero le accuse di mafiosità.

La guerra scoppiata negli anni successivi ha visto scorrere parecchio sangue, fino ai giorni nostri. Nel 2017 l’uccisione di Mario Luciano Romito, nel 2018 quella di suo cugino Francesco Pio Gentile detto “Passaguai”, nel 2019 l’omicidio di Pasquale Ricucci alias “Fic secc”, un tempo legato ai montanari, salvo poi “mettersi in proprio” per fondare un suo clan, contrapponendosi agli ex amici Li Bergolis. Poi il tentato omicidio di Dino Miucci, fratello del reggente dei Li Bergolis, Enzo “U’ Criatur”. Oggi le organizzazioni criminali garganiche sono essenzialmente due, i montanari Li Bergolis-Miucci-Lombardone e il clan Lombardi-Scirpoli-Raduano attivo tra Manfredonia, Macchia, Mattinata e Vieste. Anche loro, come le batterie foggiane, alternano momenti di pace ad altri di forte contrapposizione. (In alto, Perdonò e Caterino; sullo sfondo, la strage di San Marco)
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