“Gli incontri segreti tra “il porco” e i suoi compari. Il clan Moretti-Pellegrino voleva riprendersi Foggia”. Così titolammo su questa testata a luglio di quest’anno. Rocco Moretti, storico boss foggiano, detto appunto “Il porco”, stava studiando la maniera per rimettere insieme le fila dell’organizzazione assieme ad Antonio Vincenzo Pellegrino detto “Capantica”, anche lui pezzo da novanta della “Società”. Nell’agosto 2014 sono stati registrati serrati contatti tra pregiudicati foggiani, ritenuti finalizzati alla riorganizzazione del sodalizio mafioso di cui Pellegrino fu promotore. Il 9 agosto 2014 Pellegrino (sottoposto all’epoca alla libertà vigilata con divieto di frequentare pregiudicati) “fu sorpreso nell’abitazione di Rocco Moretti in compagnia oltre che di quest’ultimo, di altri tre foggiani”. Il 16 agosto la squadra mobile assistette ad un nuovo incontro tra Pellegrino, Rocco Moretti e altri foggiani. Sono stati monitorati contatti di Moretti anche con altri due malavitosi ritenuti affiliati al suo gruppo. Tutto questo emerge dall’analisi dei giudici del riesame. “Non sembra privo di significato – scrissero gli inquirenti – che in pochi giorni dopo la scarcerazione di Rocco Moretti, una lunga schiera di pregiudicati si sia recata a casa sua, intrattenendosi all’esterno dell’abitazione per brevi colloqui, alcuni riservati come quello tra Moretti e Pellegrino. Se ne deve dunque desumere la sussistenza del pericolo di recidivazione”.
Mimmo Falco vicino ai Moretti-Pellegrino, specialità armi e rapine
Questioni che oggi tornano di fresca attualità, alla luce dei recenti agguati avvenuti a Foggia nelle ultime settimane. Tra le vittime, tutte gravemente ferite ma non in pericolo di vita, Mario Piscopia, Vito Bruno Lanza e Mimmo Falco. Tutti e tre vicini, guarda caso, ai Moretti-Pellegrino. Il nome di Mimmo Falco, l’ultimo a finire all’ospedale, è presente anche nella super ordinanza “Corona”, incasellato in questa batteria e definito “partecipe stabilmente del sodalizio dal quale percepiva con regolare cadenza periodica il mantenimento economico, nonchè con il compito di curare il settore delle rapine e delle armi“. In “Corona”, però, la sua posizione venne archiviata. Riguardo ai recenti agguati, solo per quello a Lanza gli inquirenti hanno arrestato i responsabili, ovvero Luigi Biscotti e Ciro Spinelli, esponenti di spicco del clan rivale dei Sinesi-Francavilla.
L’intenzione del Porco e di Capantica di “riprendersi Foggia” potrebbe aver innescato una reazione violenta da parte della batteria opposta? La pista non è da escludere. Inoltre i due boss, oggi, sono più forti dopo l’annullamento delle condanne nell’ambito dell’operazione Cronos, una delle più importanti contro la mafia foggiana. Solo poche settimane fa, infatti, la Cassazione ha spedito la questione nuovamente in Corte d’Appello dove si terrà un’altra celebrazione del processo. Un annullamento con rinvio (si attende il deposito delle motivazioni, ndr) che potrebbe rappresentare l’anticamera per l’assoluzione degli imputati, vista la debolezza – finora – del materiale probatorio. In pratica mancano le basi per attestare la presenza di un’associazione a delinquere e accertare la mafiosità dei personaggi coinvolti (il famoso 416 bis).
I pesci piccoli pagano
Nel frattempo, a pagare sono i soldati più deboli della mafia foggiana, oggi rappresentati da Lanza, Falco e Piscopia. Ma negli ultimi anni tanti “pesci piccoli” sono caduti nella guerra di mafia. Dal 2003 ad oggi si sono alternati momenti di pace sociale ad altri contrassegnati dal sangue. Era il 13 agosto del 2003 quando a Borgo Celano venne ucciso il giovane Leonardo Soccio. Quella sera nella frazione di San Marco in Lamis, era appena terminato un concerto e Leonardo era seduto su una panchina davanti al bar del corso principale del Borgo, quando da una station wagon grigia partirono colpi di fucile che uccisero l’allora 23enne. Insieme a lui c’era lo zio Michele Soccio che venne ferito di striscio alla spalla.
Leonardo era nato a San Marco in Lamis, ma da alcuni anni viveva con i suoi genitori a Foggia. Dopo i primi mesi di indagini vennero subito esclusi i legami con la faida garganica al quale era stato inizialmente ed erroneamente collegato, e venne battuta la pista dei rapporti che il 23enne di origini sammarchesi aveva con la criminalità foggiana. Nel suo passato c’erano furti e tentativi di aggressione, ma mai era stato indagato per fatti connessi alla mafia. Tra le sue frequentazioni però, c’erano alcuni dei più noti esponenti del clan Sinesi-Francavilla, che in quegli anni si trovavano in carcere, dopo la famosa inchiesta ‘Araba Fenice’. Su quell’omicidio non si è mai fatta luce.
La morte di Spiritoso
Ma che si fosse riacutizzata la conflittualità tra i clan storici era apparso ben chiaro agli investigatori nel 2007, con l’uccisione di Franco Spiritoso detto Capone, considerato uno dei massimi esponenti della criminalità organizzata foggiana. L’uccisione di Capone fu considerata dagli investigatori “un segnale forte ed inequivocabile che qualcosa all’interno della “Società” si era rotto e questo non preludeva “a nulla di buono”. Solo poco più di un mese prima, il 6 maggio 2007, un altro segnale inequivocabile: il ferimento di Capantica, ovvero Antonio Vincenzo Pellegrino.
L’ascesa del nipote di Roberto Sinesi
Dietro tutti questi episodi emerge sempre la rivalità tra i Moretti-Pellegrino e i Sinesi-Francavilla. Sarà quest’ultimo clan a subire un duro colpo nel febbraio 2011. Grazie all’operazione “Scarface” condotta dai carabinieri del comando di Foggia, finì in manette il Tony Montana di Capitanata, Cosimo Damiano Sinesi, nipote del boss Roberto Sinesi. Con lui vennero arrestate altre 8 persone con l’accusa di acquisto, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. A gestire il traffico era proprio il nipote 25enne del boss, che dopo l’arresto dei capi clan, compreso il figlio stesso di Francesco Sinesi, aveva ereditato gli affari di famiglia pur essendo giovanissimo.
Le indagini partirono nel settembre del 2008, quando i clan malavitosi di Foggia tornarono ad impugnare le armi riaprendo la guerra di mafia. Il 27 settembre del 2008 si consumò il tentato omicidio nei confronti di Claudio Russo, appartenente al clan Moretti-Pellegrino. Quel tentato omicidio riaprì ufficialmente la guerra. Fu allora che la Dda di Bari iniziò un’indagine approfondita su tutti gli appartenenti ai due clan. Dopo l’arresto di Francesco Sinesi nel 2009 per il tentato omicidio di Capantica, tutto passò nelle mani di Cosimo Damiano, rimasto l’unico esponente maschile del clan. Negli ultimi anni, attorno al 25enne si creò una rete di acquisto e vendita di sostanze stupefacenti, soprattutto marijuana, hashish ed eroina. Il Tony Montana della Capitanata era riuscito a creare una struttura su due livelli, grazie ad un’ascesa avvenuta sia perché rimasto l’unico esponente, sia perché investito direttamente dal clan Sinesi-Francavilla.
La tregua
Il 13 aprile 2011, la guerra si rianimò con l’assassinio di Claudio Soccio (vicino ai Sinesi-Francavilla) in via Lucera, eliminato per questioni legate al controllo del territorio e, probabilmente, per aver avvicinato persone storicamente vicine al clan rivale. Ma dopo l’uccisione di Claudio Soccio, i boss trovarono nuovi accordi. Basta sangue, nel luglio del 2011 scoppiò la tregua. Le due batterie placarono le ire nel nome del dio denaro. Ma quattro anni più tardi, la “pax criminale” stipulata dopo la morte di Soccio sembra già finita.

