Chiostro Santa Chiara gremito per Vinicio Capossela. Ieri sera Foggia ha risposto presente all’invito lanciato dalla rassegna culturale “Questioni Meridionali”. Giovani e meno giovani hanno riempito ogni spazio, seduti a terra, appoggiati ai muri o semplicemente in piedi per oltre due ore. Tutti in religioso silenzio, ammaliati dalla dialettica di Capossela, fine conoscitore di quella che lui chiama la “mitologia locale”. “Si può raccontare la storia del mondo raccontando la storia di un pezzo di terra”, afferma il cantautore.
Il suo libro, “Il Paese dei coppoloni” è fatto di storie, racconti nati per risarcire una terra, l’Irpinia, che ha da sempre una grande forza immaginifica. L’autore cita persino L’Odissea, a proposito di miti. La sua opera, infatti, un po’ come quella di Omero, ha anche l’intento di staccarci, almeno per un attimo, da una “contemporaneità che ci assorbe continuamente. Per sfuggire dall’omologazione. Non è un libro neorealista – aggiunge – ma tenacemente irrealista. Nella verità dell’immaginazione c’è spazio per tutti e per vedere il mondo nella maniera che a me piace di più”.
Nostalgia, ritorno, vuoto, silenzio, tante le parole chiave del libro di Capossela approfondite assieme al docente UniFg e presidente della Fondazione Banca del Monte, Saverio Russo e all’ideatore di QueMe, Sergio Colavita. “Il ritorno può essere un ottimo motivo per partire”. E ancora: “Avere nostalgia del non vissuto è possibile come anche sentire la necessità del vuoto e del silenzio”. Contemporaneità, vuoto, disperazione. “Siamo nell’unico angolo di Foggia che consente il contatto umano”, dice. “La mia disperazione è la vostra”, afferma citando Bukowski, uno dei suoi scrittori preferiti.
Il libro, candidato al premio Strega, è un viaggio attraverso miti e leggende che porta nel cuore dell’Irpinia, dove ci sono le sue origini e, soprattutto, una cultura contadina di cui “l’Italia è rimasta orfana”. “E’ un libro fatto di sentieri e quando si seguono dei sentieri a volte ci si perde, ci si ritrova più avanti, si trovano delle indicazioni, spesso sono strade tortuose. La strada c’è ma segue i rilievi come quelle antiche e questo è il modo di raccontare che ho seguito”.
Non parla di un solo paese Capossela, ma dell’Italia, che è fatta di un osso. La dorsale appenninica che la attraversa è composta da luoghi distanti ma simili tra loro e uniti da forti comunanze, a prescindere dalla loro latitudine. È l’entroterra italiano il vero protagonista dei racconti perché “sono quelle zone a rappresentare la struttura ossea del Belpaese. Entroterra storicamente considerato come luogo di approvvigionamento, sempre più abbandonato e soggetto a spopolamento”.
Immancabile a chiusura di serata, l’omaggio a Matteo Salvatore, ricordato attraverso alcuni brani ed esaltato da Capossela per la sua “forza poetica”. Questioni Meridionali continuerà il prossimo 22 settembre copn “L’Attentissima”, il reading musicale della brigantessa Teresa De Sio, in anteprima regionale.

