Attenzione attenzione, passa Venere! Solo che non era molto netta la differenza fra la dea nata dalla spuma del mare e Psiche, donna mortale. Daria Paoletta racconta la storia di Apuleio – anche di miti rivisitati è fatto il Foggia Estate – su un scena spoglia, animata solo dalla voce e dai gesti dell’attrice e dalla suggestione di una piazza Purgatorio che mai prima, probabilmente, aveva ascoltato i fasti e i capricci degli dei.
La narrazione non perde mai il suo ritmo, “un canto alla luna” hanno scritto alcuni critici, alternando un linguaggio popolare a uno solenne come quando si vola sulle ali di Zefiro o Venere, insidiata dalla bellezza di Psiche, va su tutte le furie sconvolgendo la pace delle figlie di Nereo e la danza dei Tritoni. “Specchio, chi è la più bella?”. Sui giochi d’Amore, forte della sua tempra immortale, interviene la dea, non sapendo che il caso è lì che attende e fra Amore e Psiche scoccherà la scintilla: “Amore, a mamma, lancia un po’ questa freccia contro Psiche” chiede al figlio la bella dell’Olimpo.
Paoletta narra e recita, apre e chiude le virgolette, sottolinea il fuori campo, suona una musica dolce o possente, trascina la cadenza come nelle scena di una Napoli secentesca con i vicoli affollati, una specie di “Gente currite!”. Poi muta bruscamente di tono, a volte sembra la voce di un cartoon.
Vada pure per la favola più nota, forse, del mondo antico, Amore e Psiche, ma sempre di Apuleio si tratta, del mistico, del filosofo accusato di magia, dello scrittore che ama il colpo ad effetto e ibrida la lingua. Proprio come Daria ieri sera.
La solitudine di Psiche rapita da Zefiro verso il palazzo del dio Amore diventa una conservazione fra ancelle nel dorato mondo delle ricchezze divine: “E che vi devo dire, io qua non vedo mai nessuno”, nemmeno il volto dell’amato, per la verità, categoricamente, dice il mito.
L’abilità di Amore con i dardi, costretto a trafiggere su suggerimento della madre, si trasforma in un prosaico “I tiri su commissione no, però”, la furia di Venere che scopre una rivale allo specchio è la scena di una conchiglia che si rompe e uno sfogo con le creature del mare, un ordine di reagire perentorio da trailer di un film fantasy, oltre che topos della fiaba. Parole che rapiscono, cullano, fanno sobbalzare, il mestiere dell’attore conduce dal cielo alla terra perché gli dei somigliano ai mortali.

