Nell’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia sulle organizzazioni criminali in Italia, è messo in evidenza lo stato di “pax criminale” nella Società foggiana. Quella del capoluogo è stata definita “la mafia del sangue e degli affari”. Una mafia fra tradizione e modernità. Una mafia dei giovani. Una mafia oscillante perché alterna momenti di “pace” (come quello attuale) ad altri caratterizzati da fiumi di sangue. Tanto sangue. Come quello versato da Claudio Soccio, il 20enne ucciso il 13 aprile 2011 da 4 colpi calibro 7.62 e 11 calibro 7.65. Per questa morte venne arrestato ma poi assolto Leonardo Gesualdo.
Claudio Soccio, pregiudicato foggiano appena 20enne, era ascrivibile alla consorteria criminale dei Sinesi-Francavilla, clan che nella primavera del 2011 sembrava in procinto di alzare il tiro nella guerra di mafia contro la fazione rivale dei Moretti-Pellegrino. Questi ultimi, secondo gli inquirenti, avevano insanguinato la città di Foggia attraverso innumerevoli episodi violenti. Una guerra dettata soprattutto dagli ardori delle giovani leve, fino all’intervento dei “grandi saggi” che rinsaldarono la “pace”. Paradossalmente, la morte di Soccio mise fine alla guerra tra le batterie rivali.
Si ammazza per niente ma si fa la pace per soldi. Quando si tratta di gestire grandi affari, ecco infatti che i due clan passeggiano a braccetto per seguire insieme la scia del denaro. Quello vero. Una questione di esigenze. Logiche di convenienza più forti della sete di vendetta che i Sinesi-Francavilla potevano covare nei confronti dei rivali dopo la morte del giovane Soccio. Ecco perché, quel sangue in via Lucera non scaldò gli animi della criminalità organizzata. Ad aprile 2011, il 20enne Claudio Soccio, definito “bersaglio facile” per i Moretti-Pellegrino, venne ucciso a bruciapelo in via Lucera ma a luglio dello stesso anno, i grandi vecchi riportarono la pace. Nuovi accordi per il controllo del territorio, della droga e delle estorsioni. Nessuna vendetta. Questa è tutt’oggi la situazione a Foggia. Gli attuali equilibri sottolineati dalla relazione annuale della Dia, si ricomposero proprio quell’estate.
La spavalderia dei giovani e i proclami su Facebook
La criminalità organizzata di Foggia è stata definita la “mafia dei giovani”. Una mafia fra tradizione (quella imposta dai grandi vecchi) e modernità. Si utilizza persino Facebook per lanciare proclami di guerra. Un modus operandi improvvido ma che ben evidenzia la spavalderia delle nuove batterie criminali della città capoluogo. Batterie criminali che ragionano per clan e che agiscono per pura appartenenza. Solitamente a farne le spese sono i “soldati più deboli”, come Claudio Soccio. “Bersagli facili” ma utili a dare un segnale forte ai rivali. Uccisioni “necessarie” a ricontrattare gli assetti territoriali e ristabilire gli affari.
L’ultima guerra di mafia e il Tony Montana di Capitanata
Negli ultimi dieci anni si sono alternati momenti di pace sociale ad altri contrassegnati dal sangue tra i clan storici della “Società foggiana”. Era il 13 agosto del 2003 quando a Borgo Celano venne ucciso il fratello di Claudio Soccio, Leonardo. Aveva 23 anni. Quella sera nella frazione di San Marco in Lamis, era appena terminato un concerto e Leonardo era seduto su una panchina davanti al bar del corso principale del Borgo, quando da una station wagon grigia partirono colpi di fucile che uccisero il 23enne. Insieme a lui c’era lo zio Michele Soccio che venne ferito di striscio alla spalla. Leonardo era nato a San Marco in Lamis, ma da alcuni anni viveva con i suoi genitori a Foggia. Dopo i primi mesi di indagini vennero subito esclusi i legami con la faida garganica al quale era stato inizialmente ed erroneamente collegato, e venne battuta la pista dei rapporti che il 23enne di origini sammarchesi aveva con la criminalità foggiana. Nel suo passato c’erano furti e tentativi di aggressione, ma mai era stato indagato per fatti connessi alla mafia. Tra le sue frequentazioni però c’erano alcuni dei più noti esponenti del clan Sinesi-Francavilla, che in quegli anni si trovavano in carcere, dopo la famosa inchiesta ‘Araba Fenice’. Su quell’omicidio non si è mai fatta luce.
Ma che si fosse riacutizzata la conflittualità tra i clan storici era apparso ben chiaro agli investigatori nel 2007 con l’uccisione di Franco Spiritoso detto Capone, considerato uno dei massimi esponenti della criminalità organizzata foggiana. L’uccisione di Capone fu considerata dagli investigatori “un segnale forte ed inequivocabile che qualcosa all’interno della “Società” si era rotto e questo non preludeva “a nulla di buono”. Solo poco più di un mese prima, il 6 maggio 2007, un altro segnale inequivocabile: il ferimento di un altro esponente di rilievo della Società, Antonio Pellegrino, detto Capantica.
Dietro tutti questi episodi spicca la rivalità tra il clan Pellegrino-Moretti e quello Sinesi-Francavilla. Sarà quest’ultimo a subire un duro colpo nel febbraio 2011. Grazie all’operazione “Scarface” condotta dai carabinieri del comando di Foggia, finì in manette il Tony Montana di Capitanata, Cosimo Damiano Sinesi. Oltre al nipote del noto boss della malavita foggiana Roberto Sinesi, vennero arrestate altre 8 persone con l’accusa di acquisto, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. A gestire il traffico era proprio il nipote 25enne del boss, che dopo l’arresto dei capi clan, compreso il figlio stesso di Francesco Sinesi, aveva ereditato gli affari di famiglia pur essendo giovanissimo.

Le indagini partirono nel settembre del 2008, quando i clan malavitosi di Foggia tornarono ad impugnare le armi riaprendo la guerra di mafia. Il 27 settembre del 2008 si consumò il tentato omicidio nei confronti di Claudio Russo, appartenente al clan Moretti-Pellegrino. Quel tentato omicidio riaprì ufficialmente la guerra. Fu allora che la Dda di Bari iniziò un’indagine approfondita su tutti gli appartenenti ai due clan. Dopo l’arresto di Francesco Sinesi nel 2009 per il tentato omicidio di Capantica, tutto passò nelle mani di Cosimo Damiano, rimasto l’unico esponente maschile del clan. Negli ultimi anni, attorno al 25enne si creò una rete di acquisto e vendita di sostanze stupefacenti, soprattutto marijuana, hashish ed eroina. Il Tony Montana della Capitanata era riuscito a creare una struttura su due livelli, grazie ad un’ascesa avvenuta sia perché rimasto l’unico esponente, sia perché investito direttamente dal clan Sinesi-Francavilla.
Il 13 aprile 2011, la guerra si rianimò con l’assassinio di Claudio Soccio in via Lucera, eliminato per questioni legate al controllo del territorio e, probabilmente, per aver avvicinato persone storicamente vicine al clan rivale. Ma, come detto, dopo l’uccisione di Claudio Soccio, scoppiò la tregua nel luglio del 2011. Basta sangue, le due batterie trovarono nuovi accordi. Almeno fino al prossimo “sgarro”.
