“Si sta come torri normanne, rivolti al mare, con il coraggio della paura, con la pazienza degli ulivi in attesa della buona e della cattiva Sorte”. Andrea De Simeis
Metti una sera d’estate, durante una vacanza in Terra d’Otranto: “Questa sera c’è la prima tappa della Notte della Taranta a Corigliano d’Otranto!”.
Ci spostiamo in auto, parcheggiamo e ci avviamo verso il centro storico ma, dopo pochi passi, è lui ad accoglierci: il Castello de’ Monti di Corigliano, maestoso, illuminato dai fari della sera, con la facciata decorata come se da balconi e finestre pendessero merletti, uno spettacolo per gli occhi e per l’anima.
L’ingresso è gratuito e l’invito è a visitare la mostra “Derentò, 800 storie del Sacco di Otranto”. Il titolo suscita sentimenti contrastanti: curiosità per il nome Derentò e una leggera amarezza al ricordo della storia dei Martiri di Otranto.
Ovviamente entriamo e ci addentriamo nelle prime sale del Castello dove sono esposte numerose incisioni raffiguranti personaggi di memoria vagamente donchisciottiana.
Cos’è Derentò e chi sono i personaggi di queste incisioni? Come se avessero letto i nostri pensieri, ecco che ci vengono incontro gli artisti Andrea De Simeis e Bruno Micolano.
“Derentò è il nome con cui i paesi della Greca Salentina, una piccola comunità ellofona al centro del Salento, di cui io stesso sono originario, chiamavano la vicina Otranto”, inizia De Simeis, “e in questa mostra racconto i fatti che la interessarono dal 1453 al 1480. Proprio attraverso quegli anni si snoda il grande progetto di turchizzazione, voluto da Maometto II, che parte dalla conquista di Costantinopoli e termina con il Sacco di Otranto”.
Il percorso espositivo comprende quattro spazi. Nei primi tre sono esposte incisioni relative alle cronache del Bey ottomano Tursun, al racconto illustrato del sacco di Otranto per mano del luogotenente Ahmed Ghedik Pascià, ispirato all’invenzione letteraria di Don Grazio Gianfreda, e opere ispirate a brevi selezioni scritte di illustrissimi autori locali, quali Rina Durante, Maria Corti, Giuseppe De Dominicis.
Infine l’ultimo spazio, il più suggestivo, è quello che ospita il Martirologio: 16 grandi teche contenenti gli ottocento ritratti di invenzione dei martiri idruntini.
Ottocento volti incisi su carta vergata a mano, ognuno con le sue caratteristiche fisionomiche, che restituiscono la dignità a quegli ottocento teschi raccolti nelle teche della Chiesa di Santa Maria dei Martiri ad Otranto.
“Derentò è la metafora del Sud”, continua De Simeis “un Sud dai tanti conflitti inconcludibili, esposto al burrascoso levantino degli stereotipi, ma che ci distrae grazie ai suoi bellissimi e sofisticatissimi dettagli”.
Inevitabile la riflessione sull’importanza di legare le creazioni artistiche al proprio territorio: “Un’artista ha la necessità e insieme il dovere di parlare intimamente di quanto gli sia più prossimo, perché meglio può indagare, svelando bellissimi e particolarissimi fenomeni quotidiani ma segreti. Nei particolarismi trovo tutte quelle forme identitarie che esprimono, senza complessità, la ragione originale, forse antropologica, del mio operare. Questo paradiso di cose indispensabili e minute mi risparmia dalla costosa competizione dei verticalismi, del vivere veloce e in continuo aggiornamento. Tutto accade in una gradevole sospensione che mi accorda, mi mette in sintonia con me stesso, con gli altri, con il luogo in cui vivo”.
La mostra, visitabile fino all’11 settembre, è arricchita dalla “Collezione Derentò”: il maestro Bruno Micolano unisce l’antica disciplina orafa alla stampa d’arte antica fondendo l’argento sulle matrici incise di De Simeis e coniando pregiati gioielli per creazioni uniche nel loro genere.
Il progetto Derentò, dopo settembre, farà tappa in Belgio.
Info: www.cubiarte.it


