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Home » L’amore ai tempi dello smartphone. Un selfie ci seppellirà

L’amore ai tempi dello smartphone. Un selfie ci seppellirà

Di Franco Metta
22 Febbraio 2018
in Mi per... Metta, Rubriche
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Mi per… Metta,

Telefonino di ultima generazione, tutto tocchi e sfregamenti.

Le racconto.

Sono in un bel ristorante, in una bella città.

Atmosfera.

Lume di candela.

Raffinato menu.

Vini di classe.

Ai tavoli, tutte coppie.

Ma io ne vedo una sola.

Due giovani, a me paiono sposini: carini, tirati a lucido, belli da vedere, ma… silenziosi.

Avranno litigato?

Si stanno lasciando?

Riflettono?

Manco una volta!

Pasticciano con Lei, telefonino dei miei stivali.

E toccano e scrivono e sfregano.

Ma non le mani, le dita, il braccio del partner.

Ma solo e sempre Te, telefonino.

Il maître riesce appena a far sollevare loro la testa.

Ma dopo un attimo, rieccoli.

Guardarsi negli occhi? Manco pazzi.

E Te che guardano. Unica luce della serata.

Mi ricordo che una volta, tanti anni fa, c’era chi, a ragione, sosteneva che il televisore ammazzasse la vita degli sposi.

Negasse loro l’intimità, il confabulare, il commento dei fatti della giornata.

Seppellisse, insomma, le espressioni quotidiane dell’amore.

Ora ci sei Tu, telefonino.

E la morte avanza.

Non aspetta più la cerimonia, il si, la routine quotidiana.

Ma aggredisce, prima.

Si esce insieme. Dove insieme sta per due telefonini in una volta.

Uno in mano a Lei, l’altro in mano a Lui.

Il dubbio mi viene.

Che siano sordomuti e si parlino con i messaggi.

Ma quando Lui chiede il conto, sento che parla, mentre Lei va in bagno, con il telefonino in mano, urtando tavoli, camerieri e altri che osservano incantati il loro telefonino multifunzioni.

Finalmente si abbracciano.

Spero.

Ora si diranno che si amano. Si baceranno. Si stringeranno.

Macchè, si stringono un secondo. Il tempo di un selfie.

Che finisce su facebook, su instagram o come cazzo si chiama.

Una serata di innamorati sprecata.

Un conto salato.

Tutto… per far vedere agli altri che loro sono lì.

Non si sono detti una parola.

Ma erano lì.

Che felicità.

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