Fa ancora discutere nella comunità psichiatrica provinciale il caso delle due donne morte in primavera per complicanze legate all’anoressia, che l’Immediato aveva raccontato qualche giorno fa. Mentre emergono nuovi particolari, continua la discussione sulla carenza di centri sul territorio. Le strutture private multidisciplinari, secondo molti terapeuti, non sono la panacea dei Disturbi del comportamento alimentare: le statistiche parlano di guarigione solo nel 30%. Alcune comunità sparse in tutta Italia sono un modello di privato che funziona con il finanziamento pubblico e che sottrae comunque risorse per la creazione di servizi pubblici specificamente dedicati.
Intanto alla nostra redazione web è arrivata la lettera della dottoressa Patrizia Bianco, medico psichiatra-psicoterapeuta e specialista convenzionata presso il Poliambulatorio dell’Ospedale Lastaria di Lucera ASL/FG.
La dottoressa visita i dca al Lastaria il martedì e il mercoledì su prenotazione al Cup dopo impegnativa del medico curante.
Ecco il suo intervento.
“Ho appreso dall’articolo della morte di queste due donne. Nel rispetto del loro sacrificio e del dolore delle loro famiglie penso sia doveroso da parte mia, essendo stata ampiamente citata, approfondire l’argomento per una migliore comprensione da parte di chi legge, e in particolare per la formazione di un movimento di opinione a sostegno di chi soffre e di chi con risorse anche minime prova a dare una risposta di cura. I disturbi del comportamento alimentare sono malattie psichiatriche gravi che tuttavia comportano conseguenze nell’ambito della salute fisica. Tra quelle psichiatriche, sono le malattie a più alta mortalità. La morte può avvenire nel 10% dei casi, e per i due terzi è determinata da complicanze organiche quale conseguenza di comportamenti non salutari, restrizione alimentare, vomito, abuso di lassativi ed esercizio fisico eccessivo cui queste patologie inducono, per un terzo dei casi la morte avviene per suicidio. Da molti anni si chiede da più parti una migliore organizzazione dei servizi per un’adeguata offerta di cura per coloro che si ammalano di disturbo dell’alimentazione e che in Italia si conta siano circa 3 milioni di persone. E nonostante l’apertura di Centri che poi sono diventati di eccellenza e che offrono interventi multidisciplinari quali quello del Policlinico di Bari e il Centro della ASL Lecce nati alla fine degli anni novanta e in largo anticipo rispetto alla risonanza e all’allarme nazionale per queste malattie avvenuta solo dopo il 2008 con il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità che hanno istituito tavoli tecnici ed emanato linee di indirizzo nel 2013, la nostra Regione solo nel 2017 ha pubblicato un Regolamento che trova ancora scarsa applicazione e che probabilmente necessita di essere approfondito e discusso in termini di organizzazione dei servizi e di attribuzione delle risorse. Precedentemente, la Legge Regionale n. 23 del 2008 ovvero il Piano della Salute, inseriva tra gli elementi di programmazione sanitaria per l’assistenza ai disturbi dell’alimentazione: la creazione di Centri dedicati per la prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione dei disturbi dell’alimentazione nell’ambito di ciascuna ASL, con equipe multidisciplinari che prevedono professionalità di ordine internistico, nutrizionale, psichiatrico, psicologico, ecc. Tuttavia, nonostante entrambi indichino e stabiliscano quale rete dei servizi sul territorio delle varie ASL della Puglia debba essere istituita e quale l’organizzazione di questi servizi, è difficile pensare che quanto deve essere offerto a pazienti affetti da patologie molto grave possa essere fatto senza assegnare alcuna risorsa economica, a maggior ragione se il personale che deve essere impiegato per la diagnosi e la cura così come richiedono le linee guida internazionali e le linee di indirizzo nazionali, deve assolutamente essere personale con specifica specializzazione e comprovata esperienza. È infatti risaputo che l’offerta di interventi da parte di operatori non specificatamente formati, favorisce lo svilupparsi, il mantenimento e dunque la cronicizzazione del quadro clinico aumentandone il rischio di mortalità. Tanto premesso, ciascuna provincia regionale ha almeno un ambulatorio pubblico per la gestione di queste patologie, solo Lecce e Bari hanno servizi intensivi quali i day hospital per le situazioni più complesse, per le strutture residenziali h 24 ci si sta ancora organizzando. Pertanto, i casi molto gravi che si conta siano tra il 20 e il 30%, sono ancora costretti a curarsi fuori Regione con notevole dispendio di risorse economiche e svantaggi familiari e sociali considerevoli. Tuttavia, l’offerta che viene riservata alla maggioranza delle persone affette da questa patologia che non necessitano di ricovero residenziale, spesso è una risposta parziale e ciò è dovuto al fatto che non tutti i servizi hanno il personale sufficiente e adeguatamente formato, né sono dotati delle diverse professionalità che devono essere messe in campo per una corretta gestione multidisciplinare dei casi, psichiatra, neuropsichiatra infantile, internista, pediatra, nutrizionista, dietista, tecnico della riabilitazione psichiatrica, educatore, infermiere e operatore sociale e culturale. Quando non c’è la presenza di tutto questo personale specializzato ci si affanna a offrire delle risposte che in molti casi risultano parziali. A rendere poi ancor più grave il quadro è, soprattutto nei casi più severi, l’assenza di consapevolezza di malattia da parte dei pazienti, la negazione della malattia psichiatrica e dei rischi per il corpo e per la mente da parte non solo di chi ne soffre ma molto spesso anche dei familiari e della società. Per cui non è inusuale che questi pazienti non cerchino aiuto o che lo cerchino lì dove non è possibile riceverlo, o che siano ancora troppo spesso gestiti in maniera parcellare ovvero da professionisti che si occupano solo di un aspetto del disturbo ignorando tutti gli altri. Nel particolare, nella provincia foggiana l’ambulatorio per i disturbi dell’alimentazione di Lucera, aperto quale necessità di rispondere a una domanda sempre più ampia e che comunque si spera sarà potenziato, non è l’unico riferimento. Altri sono: il servizio presso gli Ospedali Riuniti all’interno del SPDC, quello dell’Ospedale di San Giovanni Rotondo e la struttura residenziale di prossima apertura a Trani che servirà la provincia di Foggia e la BAT. Non ho mai conosciuto le donne che hanno perso la vita e dunque non conosco le loro storie cliniche. Non posso dire se hanno ricevuto delle cure adeguate e nonostante questo non ce l’hanno fatta (le percentuali di guarigione infatti sono comunque basse nonostante si riceva una cura adeguata) o se magari una migliore gestione della loro patologia avrebbe potuto salvarle. Mi auguro che il loro sacrificio non rimanga vano, che la sofferenza che ha investito queste due famiglie induca coloro che sono preposti a migliorare l’offerta e l’organizzazione dei servizi e soprattutto a potenziare la rete regionale, a riflettere su quanto ancora deve essere fatto perché queste patologie non debbano essere considerate ancora oggi delle patologie di serie B, l’ultima ruota del carro della psichiatria”.

La redazione Web che ha scritto questo articolo commenta in modo errato: “Alcune comunità sparse in tutta Italia sono un modello di privato che funziona con il finanziamento pubblico e che sottrae comunque risorse per la creazione di servizi pubblici specificamente dedicati.”
Questo commento viene messo accanto all’intervista alla dottoressa Bianco, la quale spero voglia dissociarsi dalle parole della redazione, che sono quanto meno sbagliate.
Probabilmente chi ha scritto questo articolo non sa che, al momento, le strutture private convenzionate, soprattutto alcune poche nel Nord Italia, sono uno dei pochi baluardi seri contro il dilagare di queste malattie, rispetto alle quali il servizio pubblico nazionale risulta allo stato dei fatti del tutto incapace di far fronte e quando lo fa, lo fa istituendo “centri di eccellenza” che sono tali solo sulla carta. Come potrebbe d’altronde il sistema sanitario nazionale far fronte all’esigenza di cure (come la psicoterapia) che per sua natura non è in grado di erogare adeguatamente?
Inoltre è veramente tediosa la questione delle risorse economiche, poiché il privato convenzionato è una risorsa per i cittadini del tutto equivalente al servizio pubblico nazionale in termini di costo per loro, e dato, soprattutto, che nessun cittadino immagina che le ASL costino 0 (zero) ai contribuenti e al bilancio dello Stato.
Sembra quasi che la “soluzione” ipotizzata” dalla redazione sarebbe di far pagare ai cittadini le poche cure efficaci, sinora erogate proprio dalle comunità convenzionate: non pare un’idea molto valida.